Perché rifarsi? Se, spesso, desta perplessità il remake, l’autoremake, in teoria, dovrebbe essere addirittura meno spiegabile. Cambiamenti di costume, progressi tecnici, lucro: questi i motivi più ricorrenti del remake. Ma anche dell’autoremake. Non vanno considerati quei film che in partenza (anche in Italia) si giravano in due versioni per due mercati diversi. E prima di passare in rassegna i nostri 10 esempi ecco cosa si inventò Orson Welles in F come falso a proposito di Picasso: “Un amico di un altro amico una volta mostrò a Picasso un Picasso. “No è un falso” rispose il pittore. Lo stesso amico si procurò un altro presunto Picasso e Picasso disse che anche questo era un falso. Se ne procurò un altro ma anche questo era falso, disse Picasso. “Ma Pablo”, replicò l’amico “ti ho visto con i miei occhi mentre lo dipingevi.” “Posso dipingere un Picasso falso al pari di chiunque altro”, rispose Picasso.“. Come sempre, quando si tratta del regista di Quarto potere, la capacità di pervasività rende tutti creduloni sicché Pietro Piemontese nel suo Remake edito da Castelvecchi cita questo aneddoto attribuendolo a Picasso, nell’incipit del capitolo dedicato all’autoremake.
Rosario Gallone
10 Hotel cinematografici per le vostre vacanze
L’albergo, solitamente, è un luogo di passaggio. Se non siete di quei ricconi che vivono in hotel lussuosi a New York, la camera d’albergo è luogo provvisorio della vostra vita. Ed in quanto provvisorio, spesso è luogo in cui vi sentite più liberi di uscire allo scoperto perché magari siete poco conosciuti. Ve lo diciamo subito chiaro e tondo: in questa playlist non troverete gli hotel in cui “albergano” incubi (nessun Overlook o Bates Motel né motel vicini alla palude o Yankee Pedlar Inn, protagonista architettonico dell’horror The Innkeepers di Ty West), ma residenze temporanee per le vacanze, in cui scoprire sé stessi, vivere favole, amori, avventure o semplicemente divertirsi. Buona permanenza.
10 film hitchcockiani non diretti da Hitchcock
Se cercaste hitchcockiano in un dizionario, ne ricavereste solo la stringata definizione “pertinente a Hitchcock“. In Il cinema secondo Hitchcock (Il Saggiatore, 2008), Truffaut dice a Sir Alfred: “Credo che il suo stile e le necessità del suspense la portino continuamente a giocare con il tempo, qualche volta contraendolo, ma più spesso dilatandolo”, mentre Noël Carroll individua nella dialettica morale/immorale del dilemma dei personaggi, l’origine della suspense hitchcockiana. Inutile dire che valgono entrambe le teorie (Richard Allen, in Hitchcock and Narrative Suspense – Theory and Practice, parla di dialettica tra suspense oggettiva, quella legata al tempo della narrazione manipolato dal demiurgo/regista, e soggettiva, quella legata alla psicologia del personaggio), ma basta questo per definire un film hitchcockiano? Certo che no. Anzi, a volte, si tira in ballo Hitchcock per marketing o per incasellare facilmente un film. La vulgata è quindi che hitchcockiano significhi suspence, mistero, delitti. Ci aggiungeremmo anche un certo sadismo (che, a quanto pare, il regista di Psycho dispensava a piene mani, anche fuori dal set, soprattutto alle sue interpreti), l’attenzione al meccanismo (spesso più che alla trama, pensiamo al MacGuffin) e la sfida tecnica. Il dibattito potrebbe continuare a lungo, ma facciamo parlare le nostre scelte. Dalle quali abbiamo escluso i remake. Sia perché sarebbe stato facile sia perché, fatto salvo il caso di Psycho di Gus Van Sant che è quasi un’opera d’arte concettuale, spesso i rifacimenti non sono per nulla hitchcockiani (si vedano l’orribile Delitto perfetto di Andrew Davis e l’artaudiano La finestra sul cortile diretto per la Tv da Jeff Bleckner ed interpretato da un Christopher Reeve post incidente, quasi un’exploitation paratestuale) Questa è la nostra playlist.
10 canzoni non originali in scene di culto
Non sono state scritte per il film, ma per motivi più o meno chiari, restano legate ad una pellicola, ad una visione, ad una scena diventata di culto. E perpetuano, così, il loro successo. O lo rinnovano. O lo scoprono perché, magari, ignorate come canzoni tout court. Questa è la nostra lista, ma chissà quali altre inserireste voi.
Cercasi 10 vecchi film misteriosamente scomparsi
Questa non è una playlist. È una lista dei desideri. I tempi delle ricerche faticose, ma gratificanti, tra i palinsesti notturni, i cestoni di VHS dei mercati, gli annunci sulle riviste, sembravano essere finiti. Il moltiplicarsi di canali e, tra questi, di quelli tematici, delle chicche in DVD e, soprattutto, della “rete” ovvero del paese dei balocchi per il cinefago del Terzo Millennio, parevano aver posto fine al fantasma dell’irreperibilità. Sembrava davvero che non esistesse più nessun Sacro Graal filmico. Tutto era rintracciabile. La verità è che non è così e questa playlist ne è la prova. Ma prendetela come un allarme dispersi. Se ne avete notizia, non esitate a farcelo sapere.
Napoli tra rappresentazione e autorappresentazione
Stefano Crupi è di Caserta, è giornalista, ma soprattutto è autore di Cazzimma, suo romanzo di esordio, edito da Mondadori. Chi non l’ha letto, lo ricorderà per il titolo e per l’evocativa immagine di copertina: un ragazzo che pare emergere da uno specchio d’acqua con una sigaretta in bocca. La cazzimma è quella che, in questa sciagurata stagione calcistica, si dice non abbiano avuto i giocatori del Napoli, ovvero la capacità di cavarsela senza starsi a fare troppi problemi e, anzi, fregandosene anche del prossimo. Cazzimma parrebbe un romanzo come tanti perché, in fondo, parla di vite ai margini e di giovani attratti dal potere, quello del crimine organizzato. Ma Cazzimma non è Gomorra perché Stefano Crupi, in qualche modo, dà importanza ad una zona che, quasi mai, nelle cronache e nelle rappresentazioni di Napoli, viene riconosciuta: la zona grigia. Perché a Napoli non c’è solo la malavita e la faccia positiva, dualismo semplicistico al quale si finisce sempre col ricondursi quando c’è da raccontare e, soprattutto, da polemizzare sull’immagine di Napoli. C’è una larga fetta di popolazione che non vive di crimine, neanche indirettamente, ma per istinto di sopravvivenza ci è immersa, ne è sfiorata e se la fa scivolare addosso. Quella maggioranza di popolazione che, spesso, viene accusata di non indignarsi, ma che, in realtà, ha solo imparato l’inefficacia o la funzionalità a termine dell’indignazione. Sisto, protagonista del libro di Crupi, fa una scelta che non è radicale, come ci si aspetta sempre in un racconto che il mondo ci chiede sia morale; Sisto si allontana da un mondo criminale, ma non per abbracciare la legalità cieca. Per restare in quel limbo tutto partenopeo che è fatto di microinfrazioni di sopravvivenza: correre col motorino senza curarsi dei segnali stradali, acquistare dagli ambulanti senza che rilascino scontrino, accettare di pagare il parcheggiatore abusivo. Non si tratta di un’assoluzione, uno scrittore non è un giudice, ma semplicemente, tanto più se nasce cronista, un osservatore. Un osservatore che riporta. E Crupi riporta un mondo poco raccontato. Con Stefano Crupi, allora, abbiamo avviato una chiacchierata sulla rappresentazione di Napoli. Ve la proponiamo, certi che vi interesserà e vi coinvolgerà nel dibattito.




