Cercasi 10 vecchi film misteriosamente scomparsi

film introvabili

 

Questa non è una playlist. È una lista dei desideri. I tempi delle ricerche faticose, ma gratificanti, tra i palinsesti notturni, i cestoni di VHS dei mercati, gli annunci sulle riviste, sembravano essere finiti. Il moltiplicarsi di canali e, tra questi, di quelli tematici, delle chicche in DVD e, soprattutto, della “rete” ovvero del paese dei balocchi per il cinefago del Terzo Millennio, parevano aver posto fine al fantasma dell’irreperibilità. Sembrava davvero che non esistesse più nessun Sacro Graal filmico. Tutto era rintracciabile. La verità è che non è così e questa playlist ne è la prova. Ma prendetela come un allarme dispersi. Se ne avete notizia, non esitate a farcelo sapere.

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E la chiamano estate

estateEstate. Spiagge, mare, sole. E divertimento. Ma siamo sicuri che sia sempre così?
Subito dopo i reality di surviving, è stato Lost, una serie TV (non a caso il termometro più sensibile della necessità di epos della nostra contemporaneità), che, dal 2004 al 2010, sotto l’illuminato showrunning di J.J. Abrams, ha fornito il disegno più chiaro dell’alea inderogabilmente ambigua della spiaggia (e la sua eco nella recente e fortunata “Trilogia dell’Area X” di Jeff VanderMeer ci dice forse di quanto il prototipo – tramite l’obbligatorio L’arte di sopravvivere di Stephen King – continui a funzionare).
Spazio liminale tra la terra e il mare, dal contorno sempre mutevole e incerto, la spiaggia è luogo concettuale per eccellenza, inabitabile e ostile, difficilmente conformabile alle esigenze antropiche, che solo l’economia della dittatura della villeggiatura ha reinventato come spazio di edenico edonismo di massa.
Ma la spiaggia, come il mare, suo alleato e nemico, resta atopos ostile e impervio che, fuori della mitologia del divertimento forzato, è perfetta metafora della caducità della condizione umana: nudo e indifeso, sulla battigia della sua finitezza, l’uomo è lì insicuro e fragile, sospeso tra la frana della sabbia e dei ciottoli e il risucchio delle onde.
Il cinema ha spesso raccontato l’ambiguità ombrosa di questo spazio, vero diorama dell’atavico confronto-scontro tra uomo e natura.
Di seguito, in occasione delle vacanze estive e prima di ripartire in autunno con i nostri nuovi corsi di cinema, ecco una lista, come sempre assolutamente parziale e migliorabile, di dieci titoli (qualcuno facile, qualcun altro meno diretto, con qualche imperdonabile assenza, almeno ne Il raggio verde di Éric Rohmer e Le due verità di Paul Schrader), in cui la spiaggia, il mare e il sole assumono, fuori della vulgata del “tunnel del divertimento”, i connotati luminosi di vere e proprie epifanie per sconcertanti (e scottanti) rivelazioni.

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L’oggetto che amo. Una mostra fotografica

oggetto-che-amoOggetti. Siamo letteralmente circondati da oggetti: oggetti utili, oggetti inutili, cui a volte siamo indifferenti, e che altre volte amiamo fino a non riuscire a farne più a meno. Oggetti, che usiamo con disinvoltura e distacco, o che, letteralmente, ci condizionano la vita…
Provare a raccontare, questi oggetti, con la fotografia è la sfida di una mostra collettiva aperta agli allievi di Fotografia della Pigrecoemme, dal titolo L’oggetto che amo.

La mostra parte da una delle esercitazioni del modulo B del corso di Fotografia curato da Luca Sorbo, quella che chiede agli studenti di confrontarsi con l’oggetto che amano. Il presupposto, per un esercizio del genere, è la convinzione che, una volta acquisiti i rudimenti della tecnica e del linguaggio fotografico, provare a raccontare un oggetto importante della propria vita sia una prova di grande efficacia, perché la vera sfida di un aspirante autore è giusto quella di raccontare le proprie emozioni. E nel caso della fotografia, poi, le impronte di luce consentono di confrontarsi con l’oggetto del proprio interesse senza troppe mediazioni, cosa che fa sì che questa mostra si prefiguri come un’intrigante verifica, tecnica ed espressiva, per sondare lo stato dell’arte della nostra passione: la fotografia, appunto.

La mostra è aperta agli allievi e agli ex allievi dei corsi di Fotografia della Pigrecomme. Coloro che vorranno partecipare potranno farlo con un massimo di tre foto dello stesso oggetto, fotografato con un’uniformità di stile, nel formato massimo cm 40×50, stampate su carta fotografica e incollate su forex di 5 mm, con attaccaglie già pronte per appenderle alla parete.

Le foto dovranno pervenire alla sede di Napoli, alla Piazza Portanova 11 della Scuola di cinema Pigrecoemme e, in bassa risoluzione, all’indirizzo email: c.morra@pigrecoemme.com entro e non oltre mercoledì 16 settembre 2015, ma i partecipanti dovranno inviare la scheda di adesione almeno una settimana prima della scadenza, ossia entro e non oltre lunedì 7 settembre 2015.

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Napoli tra rappresentazione e autorappresentazione

napoli crupi

Stefano Crupi è di Caserta, è giornalista, ma soprattutto è autore di Cazzimma, suo romanzo di esordio, edito da Mondadori. Chi non l’ha letto, lo ricorderà per il titolo e per l’evocativa immagine di copertina: un ragazzo che pare emergere da uno specchio d’acqua con una sigaretta in bocca. La cazzimma è quella che, in questa sciagurata stagione calcistica, si dice non abbiano avuto i giocatori del Napoli, ovvero la capacità di cavarsela senza starsi a fare troppi problemi e, anzi, fregandosene anche del prossimo. Cazzimma parrebbe un romanzo come tanti perché, in fondo, parla di vite ai margini e di giovani attratti dal potere, quello del crimine organizzato. Ma Cazzimma non è Gomorra perché Stefano Crupi, in qualche modo, dà importanza ad una zona che, quasi mai, nelle cronache e nelle rappresentazioni di Napoli, viene riconosciuta: la zona grigia. Perché a Napoli non c’è solo la malavita e la faccia positiva, dualismo semplicistico al quale si finisce sempre col ricondursi quando c’è da raccontare e, soprattutto, da polemizzare sull’immagine di Napoli. C’è una larga fetta di popolazione che non vive di crimine, neanche indirettamente, ma per istinto di sopravvivenza ci è immersa, ne è sfiorata e se la fa scivolare addosso. Quella maggioranza di popolazione che, spesso, viene accusata di non indignarsi, ma che, in realtà, ha solo imparato l’inefficacia o la funzionalità a termine dell’indignazione. Sisto, protagonista del libro di Crupi, fa una scelta che non è radicale, come ci si aspetta sempre in un racconto che il mondo ci chiede sia morale; Sisto si allontana da un mondo criminale, ma non per abbracciare la legalità cieca. Per restare in quel limbo tutto partenopeo che è fatto di microinfrazioni di sopravvivenza: correre col motorino senza curarsi dei segnali stradali, acquistare dagli ambulanti senza che rilascino scontrino, accettare di pagare il parcheggiatore abusivo. Non si tratta di un’assoluzione, uno scrittore non è un giudice, ma semplicemente, tanto più se nasce cronista, un osservatore. Un osservatore che riporta. E Crupi riporta un mondo poco raccontato. Con Stefano Crupi, allora, abbiamo avviato una chiacchierata sulla rappresentazione di Napoli. Ve la proponiamo, certi che vi interesserà e vi coinvolgerà nel dibattito.

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Nordixploitation

nordixploitation

Di cosa parliamo quando parliamo di cinema scandinavo? Fino a qualche anno fa solo e unicamente di cinema d’autore. Victor SjöströmCarl Theodor DreyerIngmar BergmanLars Von Trier (che un po’ exploitation, a volte, lo è: AntichristThe Kingdom). Anche Bille August e Lasse Hallström, in un modo molto calligrafico, rappresentano il cinema d’essai, sia pur quello deteriore, da cineclub per anziane giocatrici di burraco. Di recente, grazie al Leone d’oroVenezia 2014 per il suo Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza,  abbiamo scoperto Roy Andersson ed ora la RHV distribuisce il dittico I Am Curious, Blue & Yellow di Vilgot Sjöman. Poi è esploso il nordic noir letterario che ha generato il boom di un nordic noir audiovisivo, cinematografico e televisivo (MillenniumThe KillingWallanderIn ordine di sparizione) il quale si attesta su una medietà professionalmente ineccepibile (ne avessimo in Italia di simili prodotti medi). E si farebbe torto alla enorme qualità del film se si liquidasse Lasciami entrare di Tomas Alfredson come exploitation. In passato qualche sporadica distribuzione in sala di pellicole “eccessive” (Il guardiano di notte di Ole BornedalDrowning ghost – Oscure presenze di Mikael Håfström) non ha certo fatto gridare al fenomeno.  Ora il fenomeno c’è, anche se in Italia fingiamo di non accorgercene. Il caso Kung Fury dello svedese David Sandberg è figlio di un gusto per l’eccesso, per lo splatter, per le visioni da drive in e da videonoleggi che conta molti aedi in Scandinavia nell’ultimo decennio. Nella maggior parte dei casi siamo in piena zona Grindhouse (un’exploitation omaggiata, parodiata, postmodernamente ricalcata), ma più dalla parte del superficiale Robert Rodriguez che dell’auteur Quentin Tarantino (al quale può essere accostato, per caratura autoriale, Nicolas Winding Refn), tuttavia, in quanto fenomeno, secondo noi, va indagato. Dall’analisi si ricava che i due paesi che più hanno dato alla Settima Arte, quasi per pudore, non riescono ad avere una produzione “bassa” altrettanto forte (la Danimarca è del tutto assente dalla playlist), mentre a farla da padrona è la Norvegia. L’Islanda non ha, in generale, una produzione così ricca, ma il suo regista di punta, Baltasar Kormákur, è ormai un action director hollywoodiano che, addirittura, aprirà, il 2 settembre prossimo, il Festival di Venezia con il blockbuster, catastrofico e all stars come se ne facevano un tempo, Everest.

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Le 10 migliori scene di ballo del cinema

film-balloCorre l’obbligo di una precisazione. Il musical, secondo una definizione ricorrente, ma che riportiamo letteralmente dal sito della Treccani, è un “genere di spettacolo teatrale, misto di prosa, musica, canzoni e balletti, nato negli ultimi decenni del secolo 19° in Gran Bretagna e, quasi contemporaneamente, negli Stati Uniti d’America, dove, per gli sviluppi strutturali e il sempre crescente successo di pubblico, ha guadagnato importanza primaria nell’ambito dell’intrattenimento teatrale ed enorme popolarità come genere cinematografico”. Non vi appartengono, pertanto, neanche le opere rock come Jesus Christ Superstar che mancano di parti in prosa. Le scene che abbiamo scelto per la nostra playlist, però, sono le migliori, o più memorabili, scene di ballo tratte da film che non siano da considerarsi musical, in cui, quindi, i personaggi o alcuni dei personaggi ballano perché la storia, la trama lo prevede. Che inizino le danze!

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