Scherzetto o scherzetto? 10 commedie horror per un Halloween alternativo!

10 film per halloween

Si può morire dal ridere o morire di paura. Ed è possibile anche fare le due cose insieme. Gli horror comici non sono una conquista del postmoderno. La parodia di generi di successo è sempre stata pratica diffusa, atta a sfruttarne e perpetuarne la fama, ma quella horror ha sempre funzionato meglio. Perché l’horror è già di per sé divertente, un genere che tende ad esorcizzare la o le paure attraverso un sospiro di sollievo (che può essere anche sorriso) scaturito dal fatto che il pericolo è corso solo dai personaggi e non dallo spettatore. E, poi, la verità è che ben presto si è scoperto che i veri mostri siamo noi (non è forse questo l’assunto delle strisce di Charles Addams sulla famiglia sua omonima e delle successive trasposizioni televisive e cinematografiche, live action e animate? e Monsters & Co.? o la saga di Halloweentown di Disney Channel?). L’horror comico, in più, è, come tutte le parodie, un metagenere che ride delle convenzioni e dei cliché. Nella selezione dei consueti 10 titoli delle nostre playlist, abbiamo deciso di intraprendere un excursus storico sull’horror comico. Alcuni sono imprescindibili, altri magari vi faranno storcere la bocca. Ognuno di voi, sicuramente, ne avrebbe inserito uno al posto di un altro qui presente. Parliamone…

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Grande Giove! 10 film del 1985

backtothefutureday

Lo confessiamo. A volte, diciamo pure spesso, ci sembra di essere finiti nel 2015 alternativo in cui Biff Tannen fa il bello ed il cattivo tempo. Non ci piace. Saremmo nostalgici, ma non ci piace. Allora abbiamo pensato di tornare al 1985 per mettere le cose a posto (al 1985, non al 1955, per noi i guai sono cominciati lì 😀 ). Come? Indicandovi una lista di film che dovreste vedere o rivedere, affinché magari questo futuro sia un po’ diverso. In meglio. Qualche film risulterà datato 1984, qualcuno 1986. Noi ci siamo attenuti alle liste che sono sul web, anche perché tra produzione e distribuzione, a volte, ci può essere una discrasìa.

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Suburra non è Gomorra

suburra non e gomorra

La premessa è che il cinema italiano ha bisogno oggi di Stefano Sollima perché siamo orfani di chi sia in grado di maneggiare un genere, come il noir/polizi(ott)esco, con tanta perizia ed attenzione allo spettacolo. Detto questo, tuttavia, all’uscita dalla sala, non siamo riusciti a liberarci dalla sensazione di esserci trovati di fronte ad un’occasione persa (sensazione, ahinoi, provata anche di fronte ad A.C.A.B., il suo esordio al cinema, e ricorrente ogni qual volta registi, dimostratisi in grado di reggere la dura sfida della lunga serialità di qualità in Italia – lo stesso vale per Ciarrapico, TorreVendruscolo ed il loro Ogni maledetto Natale -, si confrontano con le misure più grandi, dello schermo, ma più limitate, quanto a durata, dello sviluppo della storia, dei caratteri e dell’intreccio. Ed, in virtù dei pressoché unanimi consensi letti in giro sulla seconda regia cinematografica del figlio di Sergio Sollima (scomparso da poco ed al quale il film è dedicato), proveremo a spiegare questa sensazione (vi assicuriamo spiacevole perché avevamo voglia anche noi di gridare al capolavoro) rimodulando in tre contestualizzazioni diverse la frase con cui abbiamo intitolato questo articolo: “Suburra non è Gomorra“.

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Quadri da un’esposizione. Conflitti tra cinema e pittura in 10 film

quadriIl cinema è la proiezione del mondo, ombra di una falsa memoria, particolare fuorviante, qui pro quo dell’oggetto. E nulla è più oggetto dell’oggetto d’arte, che vive solo nel momento in cui lo si vede, ossia facendolo oggetto della visione, che è poi la prassi del cinema.
È Béla Balázs ad aver scritto, nel suo celebre Il film, che «Gli oggetti d’arte – in quanto elementi di vita – possono trasformarsi in materia creativa dinanzi alla macchina da presa. La macchina ha in questo caso il tremendo compito di sovrapporre all’espressione già esistente dell’opera d’arte una nuova espressione: la commozione dell’osservatore». Il cinema come strumento privilegiato di commozione, dal Novecento fino a oggi, allora?
Eppure, in un certo senso, il cinema (e quella sua precisa capacità di commuovere) era già nei vetri dipinti della lanterna magica, ma ora, ritornando agli oggetti d’arte, e in particolare alla pittura, a dar credito a Plinio il vecchio (come ci ricorda Victor I. Stoichita, il cui Breve storia dell’ombra dovrebbe essere obbligatoria sin dalle scuole primarie, altro che i sussidiari di una volta!), il primo ritratto dipinto sarebbe nato, nel disegno compiuto da una donna, seguendo il profilo dell’ombra dell’amato, che l’indomani sarebbe partito per la guerra. Proiezione ortogonale di chi essendoci annuncia di non esserci più, la pittura nascerebbe, dunque, come traccia dell’assenza e della morte. Esercizio apotropaico, essa scongiura ed esorcizza l’estrema dipartita proprio nel segno fumoso della proiezione, nell’ornato incerto dell’ombra, con una prassi che, in seguito, sarà in sostanza quella del cinema. E il cinema, infatti, non è precisamente il racconto di ciò che non è più e la tensione verso ciò che non è ancora?

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La blaxploitation in 10 film

badass

La blaxploitation recava in sé qualcosa di ambiguo. Sembrerebbe essere stato un movimento cinematografico di rivalsa dei neri, mentre i due termini dalla cui fusione deriva (black e exploitation) ne svelano l’intima, ed oseremmo dire atavica, natura di “sfruttamento” dei “neri”. Forse fu entrambe le cose.  Nella maggior parte dei casi, infatti, si trattava di opere prodotte dalle major, dirette da bianchi, ma, e qui forse risiedeva la novità, per un pubblico di neri. Le figure che emergevano nei film blaxploitation non erano forse meno stereotipate di quelle della cinematografia del passato, ma di sicuro non erano quelle gradite ad un pubblico wasp. Dimenticate il coon (il buffone nero), il tom (da Zio Tom, il nero integrato nella società dei bianchi, come, nonostante le apparenze, sarà in fondo Sidney Poitier) e la mammy (la domestica, figura che pure valse un Oscar come non protagonista a Hattie McDonald la quale ne vestì i panni in Via col vento): i ’70 furono l’epoca della Trinità dello Spacciatore, del Pappa e della Pantera (come scrive Darius James nel suo imprescindibile That’s Blaxploitation!: Roots of the Baadasssss ‘Tude – Rated X by an All-Whyte Jury). Basta con gli “sbiancati” e a modo PoitierBelafonte, la blaxploitation, in quanto exploitation, insistette su sesso e violenza, su orgoglio di razza e autodeterminazione e, forse proprio per questo, diventò cinema politico e, in un certo qual modo, di rivalsa. Solo in pochi si potevano dire eredi di Bill Foster (regista, forse, del primo black film della storia, datato 1912: The Railroad Porter) o di quell’Oscar Micheaux autore, nel 1925, di Body and Soul, pellicola di recente recuperata e trasmessa anche in Italia (su Studio Universal): i film blaxploitation erano film commerciali che puntavano ad incassi elevati e bassi costi di produzione. Gli stessi intellettuali neri ne stigmatizzarono il successo in quanto lo ritenevano strumento di distrazione dalle coeve lotte per i diritti civili della comunità afroamericana. Forse era così, ma  non se ne poteva negare l’importanza nel processo di presa di coscienza di un’intera comunità. NAACP, Southern Christian Leadership Conference  e Urban League si associarono, tuttavia, per formare la Coalition Against Blaxploitation e, data l’enorme pressione politica che erano in grado di esercitare, decretarono la morte del genere tra il 1975 ed il 1976. La blaxploitation, in definitiva, fu fenomeno durato appena un lustro, in grado, tuttavia, non solo di dar vita a numerose pellicole, ma anche di incidere su un immaginario decisamente più vasto (007 – Vivi e lascia morire, ottavo capitolo delle avventure di James Bond, è dai più ritenuto enormemente influenzato dalla moda imperante della blaxploitation, per scelta del villain, interpretato da Yaphet Kotto, e location) e duraturo, se è vero, come è vero, che, ancora oggi, omaggi, rimandi e citazioni non si contano. L’ultimo, in ordine di tempo, è il videoclip di So Many Pros di Snoop Dogg, diretto da François Rousselet, ma anche il successo di Straight Outta Compton, diretto da F. Gary Gray, che ricostruisce la storia dei Niggaz Wit Attitude (gruppo gangsta rap di cui faceva parte proprio Snoop Dogg). testimonia di un lascito persistente soprattutto per quanto riguarda il sound (sempre rigorosamente Motown), il look ed il mood.

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Le Anime nere di Munzi alla sesta giornata del Napoli Film Festival

In Anime Nere, il film di Francesco Munzi vincitore di nove statuette ai David di Donatello 2015, la storia di un territorio, quello calabrese, dilaniato dalle correnti inquinate della ‘ndrangheta e la vicenda di una famiglia ad esso appartenente, si compenetrano fino a diventare un unico corpo. Le radici della famiglia Carbone, nome che rimanda direttamente al colore della sua anima, sono pastorali, figlie di una terra ancora in parte legata alla tradizione; ma i suoi rami hanno assunto col tempo forme e lunghezze diverse. Gli ultimi due figli, Luigi e Rocco, hanno scelto di abbandonare la terra madre per abbracciare una malavita dai contorni internazionali, mentre il primo, Luciano, non ha mai lasciato quel ventre materno, protetto da un passato che non prevede alcun rischio, avendo rinnegato ogni cambiamento. Il figlio di Luciano, figlio unico di un’epoca e di una paese malato, riconosce l’anima nera della terra e di una parte della sua famiglia, e questo riconoscimento, divenuto una scelta, cambierà radicalmente il volto delle cose.

Anime Nere

Lì dove tutto inizia, tutto finisce, sembra dirci Munzi; ma anche il contrario, come una moneta avente la stessa faccia da entrambi i lati o una scelta che ci illudiamo di poter fare.

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