10 classici che vorremmo vedere in formato IMAX

10 classici che vorremmo vedere in IMAX

La volontà di aumentare l’impatto visivo, il Sense of Wonder dell’esperienza dello spettatore cinematografico, è sempre scaturita dalla necessità di sconfiggere (quando non di recuperare terreno sul)la concorrenza del piccolo schermo. Il Cinemascope e il Vistavision nacquero, negli anni ’50, come risposta alla profonda crisi delle sale successiva al boom della TV. Ora che si fa difficoltà a chiamare gli apparecchi televisivi “piccolo schermo” e le modalità di fruizione, con gli Smart Tv collegati alla rete, sono cambiate ed aumentate, cosa può rappresentare un unicum esperibile solo nella sala? Film proiettati ad una risoluzione di 10.000 × 7.000 in sale dotate di schermi e proiettori adatti? Si può nelle sale IMAX. Il primo cinema IMAX della storia è il Cinesphere presente nel parco Ontario Placeb Toronto già dal 1971, ma oggi le sale sono poco meno di mille in tutto il mondo, tre delle quali in Italia, due in Lombardia ed una, udite udite, in Campania, presso la multisala Happy di Afragola. L’esperienza, lo diciamo avendola provata, è davvero entusiasmante, ma la nostra passione ci ha subito portato a pensare quali film del passato ci piacerebbe vedere in questo formato. La lista, come ormai è abitudine, comprende 10 titoli.

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Lezione gratuita di Fotografia sul formato Raw

il formato raw

Venerdì 15 gennaio, alle ore 16:00, alla Scuola di cinema e fotografia Pigrecoemme di Napoli, si terrà Le potenzialità del formato Raw, una lezione gratuita a cura di Luca Sorbo, docente dei corsi di Fotografia e di Fotogiornalismo della Pigrecoemme.

Modalità di partecipazione

L’incontro è gratuito e la prenotazione, fino a esaurimento posti, è obbligatoria.
Prenotazioni e informazioni al numero 081 5635188.

L’incontro

L’avventura della fotografia è anche la storia della ricerca di una matrice per produrre in modo meccanico dei multipli. Il primo esperimento di Niepce del 1827 con il bitume di giudea era un tentativo di ottenere una matrice da incisione. Daguerre inventò un positivo unico che era, a seconda di come lo si guardava, negativo\positivo. Talbot realizzò le sue riprese sulla sua carta da lettera sensibilizzata con l’argento e le chiamò “calotipi” e poi le stampò a contatto, chiamando le stampe Talbotibi. Hershel coniò il nome “fotografia” che poi ebbe tanta fortuna.

Anche il digitale si confronta con il problema della matrice. Il formato Raw è l’insieme di tutte le informazioni che il sensore è riuscito a catturare ed anche il Raw deve essere, come si dice oggi, lavorato.

L’incontro indagherà la natura di questo formato, le sue potenzialità e come questo si ponga rispetto al resto della storia della tecnica della fotografia. Infine, si faranno anche delle dimostrazioni pratiche per come sviluppare al meglio un file con Camera Raw.

All’Institut français di Napoli, Adieu au langage di Jean-Luc Godard

godardNell’ambito del festival ‘O Curt, giovedì 19 novembre alle ore 21:30, all’Institut français di Napoli, Corrado Morra, docente di Sceneggiatura della Scuola di cinema Pigrecoemme, presenta Adieu au langage, l’ultimo film di Jean-Luc Godard.
Ennesima, suggestiva e spietata riflessione sulla necessità di ridefinire, attraverso il cinema, i linguaggi per comprendere il mondo e per far luce tra le pieghe oscure dei nostri cuori, Adieu au langage ha in sé i crismi di un’istanza non più procrastinabile: quella di riformulare, definitivamente e radicalmente, prima di ogni cosa la lingua stessa per rappresentare e ripensare il mondo e la sua conflittuale complessità.
E la rappresentazione – potremmo dire con Aristotele – è innanzitutto la risposta alla constatazione di un’assenza, e in tal senso l’estetica è proprio la risposta a quello che non c’è, che nel caso di Godard coincide da sempre con un’idea di cinema (perturbante e pur salvifica, immateriale e corporale), come luogo privilegiato dove si intreccino aisthetiché, ossia l’immaginazione dell’inesistente, e logistiché, ovvero la potenza visionaria della capacità linguistica, che riesce a spingersi fino a dire l’inimmaginabile; il cinema come avamposto “politico” di conflitti, ma soprattutto, il cinema come antifona sinestetica all’arbitrio del caos. E al riverbero osceno del silenzio.
Di seguito il testo di Corrado Morra in catalogo.

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Quadri da un’esposizione. Conflitti tra cinema e pittura in 10 film

quadriIl cinema è la proiezione del mondo, ombra di una falsa memoria, particolare fuorviante, qui pro quo dell’oggetto. E nulla è più oggetto dell’oggetto d’arte, che vive solo nel momento in cui lo si vede, ossia facendolo oggetto della visione, che è poi la prassi del cinema.
È Béla Balázs ad aver scritto, nel suo celebre Il film, che «Gli oggetti d’arte – in quanto elementi di vita – possono trasformarsi in materia creativa dinanzi alla macchina da presa. La macchina ha in questo caso il tremendo compito di sovrapporre all’espressione già esistente dell’opera d’arte una nuova espressione: la commozione dell’osservatore». Il cinema come strumento privilegiato di commozione, dal Novecento fino a oggi, allora?
Eppure, in un certo senso, il cinema (e quella sua precisa capacità di commuovere) era già nei vetri dipinti della lanterna magica, ma ora, ritornando agli oggetti d’arte, e in particolare alla pittura, a dar credito a Plinio il vecchio (come ci ricorda Victor I. Stoichita, il cui Breve storia dell’ombra dovrebbe essere obbligatoria sin dalle scuole primarie, altro che i sussidiari di una volta!), il primo ritratto dipinto sarebbe nato, nel disegno compiuto da una donna, seguendo il profilo dell’ombra dell’amato, che l’indomani sarebbe partito per la guerra. Proiezione ortogonale di chi essendoci annuncia di non esserci più, la pittura nascerebbe, dunque, come traccia dell’assenza e della morte. Esercizio apotropaico, essa scongiura ed esorcizza l’estrema dipartita proprio nel segno fumoso della proiezione, nell’ornato incerto dell’ombra, con una prassi che, in seguito, sarà in sostanza quella del cinema. E il cinema, infatti, non è precisamente il racconto di ciò che non è più e la tensione verso ciò che non è ancora?

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Napoli Film Festival 2015 Day 5: Rabin, the Last Day

Napoli Film Festival

Due anticipazioni in una quelle di ieri al Metropolitan: la seconda nazionale dell’ultimo Docufilm di Amos Gitai, Rabin, the Last Day, già proiettato e applaudito il mese scorso in occasione della 72esima Mostra del Cinema di Venezia, e l’apertura speciale della Quinta Edizione di Venezia a Napoli. Il cinema esteso,  che avrà luogo dal 22 al 25 Ottobre.

Gitai, attraverso flashback, documenti reali e ricostruzioni fedeli, racconta le ultime ore di vita del Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, ucciso da Yigàl Amìr, un attivista dell’organizzazione EYAL (Organizzazione dei Guerrieri  Ebrei) contro la pace, in occasione di un comizio politico.

“Il film rappresenta la commissione d’inchiesta che nella realtà non è mai stata attuata”, dice il regista.
“Due anni di ricerche accurate, nel tentativo di rendere il pubblico non un semplice spettatore, ma un fruitore in grado di interpretare quanto accaduto”.

Per questo motivo, Amos Gitai sceglie di partire dalla fine, ricostruendo lentamente, con dovizia di particolari, le ultime ore di Rabin e del suo assassino, l’entusiasmo dell’uno e l’assenza totale di emozioni dell’altro. Ma dalla pellicola trapela, in modo non troppo velato, anche l’idea di un complotto ordito ai danni del ministro, con quella macchina che nella corsa disperata verso l’ospedale ha impiegato più del dovuto, l’assenza di una protezione adeguata, la testimonianza di chi lo ha visto dirigersi da solo verso l’autovettura dopo lo sparo,  a indicare come il colpo mortale fosse stato inferto in un secondo momento; ma il regista non conferma, lasciando alla pellicola la responsabilità di ciò che le sue immagini dicono.

Rabin ha combattuto per creare un collante di pace tra Israele e la Palestina, una pace intesa come armonia di differenze, come un occhio attento ai bisogni dell’altro e una fuga dalla perfezione, da quell’appiattimento identitario che è fonte di fanatismo;  ha tentato di rompere l’equilibrio, ricostruendolo in una ricomposizione in ordine sparso di tutti i suoi pezzi, e Amos Gitai  fa lo stesso nel film, con quel suo cinema che è proprio perdita costante e cercata di un equilibrio.
“In un periodo storico in cui siamo bombardati di informazioni, ho voluto trasformare le informazioni in conoscenza. Ma la conoscenza è dolore”, rivela il regista israeliano a fine intervista. E tutto il dolore del suo popolo traspare in quella figura che cammina di spalle sotto la pioggia, l’immagine fuori fuoco della giustizia che si allontana da un territorio ancora troppo affamato di pace.

Diventare fotografo. Un incontro gratuito

diventare-fotografoGiovedì 1° ottobre, dalle ore 16:00 alle 18:00, alla Pigrecoemme, si terrà un incontro di orientamento su come entrare nel mondo della fotografia, un’arte da sempre sospesa tra passione e professione.

L’incontro è a cura di Luca Sorbo, responsabile dei corsi di Fotografia della Pigrecoemme e docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, da oltre vent’anni nel mondo della fotografia.

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