In principio fu House of Cards e poi Daredevil. Dall’America all’Italia la strategia promozionale del colosso dell’entertainment on demand ha sempre sfruttato l’onda lunga della neoserialità immediatamente e completamente disponibile. Certo, al lancio italiano si contava anche su Beasts of No Nation, primo film prodotto da Netflix ad essere selezionato per un concorso internazionale, Venezia 2015, forte anche della regia di Cary Fukunaga reduce dal successo della prima stagione di True Detective, ma sarebbe da stupidi negare che il core business dell’azienda creata da Reed Hastings sia costituito dalle serie tv. Netflix, però, ha anche un catalogo di film, ma che tipo di film si trovano?Un po’ come scavare nei cestoni delle occasioni nel mercatino. Manco i “bancarellari” sanno cosa vendono, ma tra un Van Damme ed uno Steven Seagal, scansando l’ennesima edizione di un film di Totò, puoi trovare delle chicche non da poco. Questa playlist vuole essere una guida tra gli scaffali, vuole accompagnare la vostra mano a scegliere nel mucchio. Buona lettura e buona visione.
Rosario Gallone
10 film che amerete frequentando il Master Pigrecoemme
La scuola Pigrecoemme da ormai più di quindici anni forma professionisti del settore cinematografico, ma anche spettatori più raffinati. Questo perché i docenti, da veri e propri appassionati quali sono, invitano a vedere film, riscoprendo i classici, ma indicando anche le più interessanti tra le nuove uscite. Il corso Master diventa, per chi lo frequenta, un corso di formazione molto serio e appassionante, ma anche un luogo magico in cui parlare ogni giorno della propria passione per il cinema, discuterne, essere in accordo o disaccordo e, come avviene sempre nelle occasioni di confronto, crescere.
Ecco 10 dei film che i nostri allievi scoprono o ri-scoprono in quanto i docenti li invitano a guardarli con occhi diversi.
Per info sul corso Master: corsi@pigrecoemme.com oppure 0815635188.
Magnifica Ossessione – 10 film sulla cecità
In una società scopocentrica come può essere la società delle immagini, la cecità, in qualche modo, può costituire, più o meno simbolicamente, perdita di identità o dell’io: video ergo sum. È altresì vero che, se, da un lato, il non “voler” vedere può spesso essere inteso come atteggiamento omertoso dettato da paura, biblicamente (Matteo 5:29-31 ) “Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te“, pertanto la vista, tutta concentrata come è sull’apparenza, spesso ci impedisce di vedere a fondo le cose.
L’espediente della cecità al cinema è utilizzato secondo queste coordinate oltre che come escamotage narrativo atto ad estendere i confini del fuori campo e della suspense, consentendo allo spettatore di saperne più del personaggio, oppure funzionale ad uno sviluppo “Davide vs Golia” dove il Davide dell’occasione è il menomato il quale impara ad usare gli altri sensi più e meglio degli altri.
Dalla Prussia con orrore
Per introdurre l’argomento krimi dobbiamo ricorrere ad un vecchio numero della rivista Bianco & Nero (numero 3 del 1997) sull’Eurowestern. Nell’articolo di Christiane Habich, Il western in Germania Occidentale, leggiamo: “Alla fine degli anni’ 50 l’industria cinematografica tedesca era entrata in un profondo stato di crisi a causa dell’avvento della televisione. Le sale lamentavano un forte calo di spettatori, che dal 1959 al 1960 fu di circa il 9,1%. Soltanto l’Ufa, una delle principali case di produzione dell’epoca, nel 1959 ebbe una perdita di 5,4 milioni di marchi. Horst Wendlandt fu il salvatore – almeno per qualche anno – dell’industria cinematografica tedesca. Possedeva un vero fiuto per i temi di successo, e nel 1959 iniziò con Der Frosch mit der Maske (La maschera che uccide) una serie di riduzioni cinematografiche da Edgar Wallace che riportarono gli spettatori al cinema. A quel tempo Wendlandt lavorava ancora come direttore di produzione per la CCC-Film di Artur Brauner. Quando la Rialto Film, fondata all’inizio degli anni ’60 dal danese Preben Philipsen, si trasferì dalla Danimarca a Berlino, Horst Wendlandt assunse la direzione della filiale tedesca e procurò grandi introiti proprio grazie agli adattamenti da Wallace“. In altre parole, per quanto krimi in tedesco sia termine generico (diminutivo) col quale si indica il cinema, la letteratura (abbreviazione di Kriminalfilm o Kriminalroman) e le serie tv poliziesche (quelle celebri come Derrick – che condivide coi film di cui parleremo, protagonista, Horst Tappert, e uno dei registi, Alfred Vohrer – o Tatort ed il suo spinoff Schimanski – Sul luogo del delitto, per giungere alle più commerciali come Squadra speciale Lipsia o Il commissario Rex), è pur vero che nella pubblicistica sul cinema di genere, krimi viene usato esclusivamente per una serie di film prodotti dalla Rialto, gran parte dei quali tratti da romanzi di Edgar Wallace (e del figlio Bryan Edgar). Non parleremo, quindi, di Lang e di Mabuse che del krimi presenterebbe le caratteristiche (ed alcune sue apparizioni apocrife, in fondo, al krimi possono essere ascritte: vedi Scotland Yard contro Mabuse) né di alcuni thriller più recenti che hanno attinto ad altro immaginario (Tatoo di Robert Schwentke, del 2002, il quale deve più a Se7en di David Fincher che ai precedenti tedeschi ed infatti, dopo questo lavoro, al regista si sono aperte le porte di Hollywood), ma ci riferiremo solo a quel particolare periodo storico, quando il genere, da episodico, divenne un vero e proprio filone. Con influenze reciproche con il nostro spaghetti thriller, da Mario Bava e ritorno. Non a caso le due ultime pellicole che sul web ritrovate inserite in krimi list sono due coproduzioni con l’Italia (Cosa avete fatto a Solange? di Massimo Dallamano e Sette orchidee macchiate di rosso di Umberto Lenzi) mentre da Bryan Wallace sono tratti L’etrusco uccide ancora di Armando Crispino e parrebbe (in quanto non accreditato) addirittura Il gatto a nove code.
10 Stoner Movie che sono sia fumo che arrosto
Se non avete mai sentito parlare degli stoner movie è perché non c’è una pubblicistica italiana sull’argomento, né on line, né su carta stampata. Da Wikipedia ricavate che trattasi di un sottogenere della commedia che ruota intorno all’uso della cannabis e, in quanto sottogenere, presenta elementi che lo contraddistinguono. Oliver Benjamin (giornalista fondatore, nel 2005, della Chiesa dell’Avvento del Drugo, o “dudeismo”, che, ad oggi, ha ordinato quasi 200mila preti dudeisti) e Dwayne Eutsey, nel loro Il Vangelo secondo Lebowski, ne parlano come cinéma vert (gioco di parole tra il cinéma vérité ed il vert colore della marijuana) e ne elencano le caratteristiche peculiari (Il Vangelo secondo Lebowski, Fazi Editore 2013, pagg. 152, 153):
- L’amicizia (specialmente tra due maschi che sono culo e camicia).
- Il sesso occasionale (o il desiderio frustrato di trombare).
- La comicità un po’ greve (spesso relativa a certe parti e funzioni corporali).
- La violenza (in genere impiegata a fini comici, ma a volte anche no).
- Le figure autoritarie e ansiose (genitori, capi, polizia ecc.) e gli amici e/o colleghi troppo nerd o troppo convinti.
- Una complicata costruzione a climax che sfocia in una folle festa e/o avventura o chiamatela come vi pare.
Noi aggiungeremmo un’altra caratteristica non costante, ma frequente: il viaggio fisico che si accompagna al trip lisergico. Molti dei film presenti nella playlist (più altri non inclusi tipo Rolling Kansas, diretto nel 2003 da Thomas Haden Church, che racconta di una spedizione di un gruppo di amici, à la quête di una foresta di marijuana) sono classificabili, in fondo, come road movie. È vero che, oltre ai film i cui protagonisti fumano erba, c’è chi considera stoner anche quelle pellicole che puoi apprezzare solo se strafatto di erba. “Tuttavia – sostengono Benjamin e Eutsey – la questione è molto più complicata. Ci sono un sacco di film in cui si fumano montagne di spinelli che non entreranno mai in finale tra i film per fattoni (ad esempio Platoon). Se l’erba è buona, si riesce ad apprezzare un po’ tutti i film, eppure, d’altro canto, un mucchio di persone, pur non avendo mai fumato in vita loro, riescono ad apprezzare un buon film per fattoni“. Ed è così che abbiamo pensato di stilare la nostra playlist, includendovi stoner movie che, in qualche modo, funzionano, sono divertenti e deliranti al punto giusto, pur non essendo magari dei capolavori. Non troverete nessun esempio di drugsploitation (sottogenere exploitation che scaturì dal successo di Easy Rider, film manifesto della controcultura di quegli anni, che, dello stoner movie, manca della caratteristica principale: l’appartenenza alla commedia) né tentativi maldestri (il pessimo, nonostante una premessa da super stoner, Strafumati di David Gordon Green) o pellicole in cui le caratteristiche elencate sopra, magari afferiscono ad una sottotrama (in Molto incinta di Judd Apatow, gli amici del protagonista sono perfetti personaggi da stoner, ma il film parla d’altro come, del resto, La vita è un sogno di Richard Linklater che è più un affresco generazionale in cui alcuni personaggi fanno uso reiterato di cannabis). Data la peculiarità, si tratta di film esclusivamente americani, fatta eccezione per una curiosa realizzazione bollywodiana. Avremmo potuto inserirvi il francese Paulette, data la sua somiglianza con L’erba di Grace che figura in tutte le liste rintracciabili in rete, ma, secondo noi, nessuno dei due può dirsi stoner. Per l’Italia, forse la cosa più vicina ad uno stoner movie mai prodotta (ed è emblematico) è Santa Maradona di Marco Ponti, mentre, per il resto, lo stordimento da erba è sempre episodico, connotato negativamente o motore di gag, a partire da Che fine ha fatto Totò Baby? a Un Natale stupefacente passando per Benvenuto Presidente!
Guida al Buddy Cop Movie in 10 film
A voler essere dei puristi, il buddy cop movie, costola del buddy movie ovvero il genere che si fonda su una coppia apparentemente mal assortita di caratteri, dovrebbe avere come protagonista una coppia di poliziotti e, per questo, probabilmente The Nice Guys, il film di Shane Black che abbiamo utilizzato come copertina di questa playlist, non sarebbe proprio il più indicato a rappresentarlo. D’altronde, uno dei buddy cop movie più di culto di sempre è 48 ore di Walter Hill dove la coppia è quella formata da un poliziotto, Jack Cates (Nick Nolte) ed un detenuto, Reggie Hammond (Eddie Murphy), libero per il tempo indicato dal titolo. Insomma, per un buddy cop movie conta, più che la divisa dei protagonisti, che almeno uno sia un detective (anche privato) e, soprattutto, che la trama presenti elementi di commedia oltre, of course, all’intreccio poliziesco. Di questo genere, Shane Black è forse il maggior esponente, anzi quasi non pare saper fare altro, e lo fa molto bene, visto che, prima di The Nice Guys, ha scritto L’ultimo boyscout e diretto Kiss Kiss Bang Bang, ma soprattutto ha creato il franchise di maggior successo del filone ovvero Arma letale.





