Script(a) manent. 10 film fondamentali sul mondo della sceneggiatura

sceneggiatura filmIn occasione del ritorno del corso di sceneggiatura della Pigrecoemme, eccovi una lista di certo opinabile, ma di qualche chiara suggestione, sui rapporti che la settima arte, in modo diretto o metaforico, ha intrattenuto con il racconto di chi il cinema lo racconta, ossia degli sceneggiatori. 

Viale del tramonto (regia: Billy Wilder, sceneggiatura: Billy Wilder, Charles Brackett, USA 1950)
La sceneggiatura come via di fuga, emancipazione e costruzione del desiderio. Ma, soprattutto, come dispositivo esiziale, per il quale à la Bazin non si può far altro che “morire ogni pomeriggio”. Ma qui si scrive di notte, perché la scrittura è una seduta spiritica con i propri morti, che richiede l’incertezza dell’oscurità e il disegno sfumato delle ombre. Film fondante, che colloca il voice over nell’altrove estremo dell’aldilà e congiunge il fantasma della scrittura per il cinema all’alea erotica dell’ectoplasma.

(regia: Federico Fellini, soggetto: Federico Fellini, Ennio Flaiano, sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi, Italia – Francia 1963)
Progettare un film è, parafrasando Freud, il “lavoro impossibile”. Le trame sono i filamenti cangianti del fingimento del ricordo, i personaggi spiriti incerti tra la rimembranza e l’alienazione. Le parole ci tengono con un piede attaccato alla terra e l’angoscia vortica come un girotondo ottuso intorno alle nostre speranze. E, nella danza fanciulla che crediamo vitale, ecco il corpo indimenticabile di noi stessi bambini, ma è già solo un riflesso… Il cinema come metafora di tutto quello che si è perduto. Più di ogni Rosebud in soffitta, mai prima di allora così profondo, mai più dopo.

Trans-Europ-Express (regia, soggetto e sceneggiatura: Alain Robbe-Grillet, Francia – Belgio 1966)
Diretti ad Anversa, tre autori cinematografici prendono il Trans Europ Express. Il gruppo, prima e meglio dell’agente Cooper, registra su magnetofono ogni cosa gli sembri utile per sgrovigliare la matassa della trama del film che stanno scrivendo, quando accanto a loro sul treno siede un uomo, che i tre decidono immediatamente di inglobare nel plot, facendone il protagonista, Elias. Ma qualcosa, pirandellianamente, sfugge agli autori e il finale rivela in che modo ogni treno, così come ogni trama, non può che scoprire come ultima stazione la morte.

Gli ultimi fuochi (regia: Elia Kazan, soggetto: Francis Scott Fitzgerald, sceneggiatura: Harold Pinter. USA 1976)
Ok, è la storia di un tycoon e non di uno sceneggiatore, ma, sulla più hitchcockiana delle ipotesi (rivivere un amore fallito attraverso un suo simulacro), il film ci racconta soprattutto come la passione sia sempre il vero terremoto che sconvolge ogni progetto di storia. E poi, la scena del nichelino dovrebbe essere obbligatoria in qualsiasi corso di sceneggiatura, perché, lì dentro, c’è tutto quello che bisognerebbe conoscere di questo mestiere. Capolavoro.

Barton Fink – È successo a Hollywood (regia: Joel Coen, soggetto e sceneggiatura: Joel  Coen, Ethan Coen, USA 1991)
Prendendo le mosse da alcune circostanze della vita di William Faulkner, il film, attraverso la storia di un giovane commediografo alle prese con una sceneggiatura sul mondo del wrestling, ci ricorda che la vita è una spettacolare lotta seconda solo dall’inestricabile groviglio rappresentato dalle storie da raccontare e che, alla fine, qualsiasi storia ci immaginiamo mai di narrare, sulla sua strada non lascerà, come quell’altra lotta spietata che è l’amore, che cadaveri da occultare.

Caro diario (regia, soggetto e sceneggiatura: Nanni Moretti, Italia – Francia 1993)
Scrivere è un mare invincibile e uno scrittore è un eroico Odisseo, che muove contro i marosi delle fabulae. Più ispirato ai Poemi conviviali di Pascoli (ma qui le onde non sorridono) che a Omero, l’episodio nelle Eolie ci presenta un Moretti perso tra le acque profonde delle isole sicule e, ancor più, tra le secche di una noia mortale e di un’ancor più pestilenziale (e felliniana) mancanza d’ispirazione. E l’autore, alla ricerca di una narrazione, metatestualmente erra con una cornucopia di appunti, stralci, ipotesi, sintesi perfetta del viatico che ogni sceneggiatore dovrebbe portare seco. Per ritrovare l’ispirazione, la casa, l’amore.

Pulp Fiction (regia: Quentin Tarantino, soggetto e sceneggiatura: Quentin Tarantino, Roger Avary, USA 1994)
Mister Wolf è uno che risolve i problemi e, a un certo punto, sembra addirittura un efficiente script doctor che, per correggere una fiction che sta sfuggendo dalle mani del narratore, come un personaggio in cerca d’autore, va, nella diegesi, proprio dall’autore! Mister Wolf bussa così alla porta proprio di… Quentin Tarantino. E solo allora la trama si sistema.

I soliti sospetti (regia: Bryan Singer, soggetto e sceneggiatura: Christopher McQuarrie, USA 1995)
Qual è la distinzione tra realtà e menzogna? Tra testimonianza e invenzione? E, in generale, tra vero e falso? E come funziona la costruzione di una storia? A quali istanze risponde? F come falso di Orson Welles resta un modello inimitabile (ma, lo so, parlando di falsi è un paradosso), e anche qui l’aggancio è metaforico, ma trovare un thriller che metta in scena in maniera così suggestiva e cosciente la presenza metatestuale di un creatore (Roger “Verbal” Kint), che nasconde dietro di sé la potenza demiurgica del verbo (Keyser Söze), è cosa che di per sé ascrive il film al mito. McQuarrie ha letto Borges, Singer un po’ meno, ma Keyser Söze resta l’unica divinità che gli aspiranti sceneggiatori dovrebbero veramente venerare (ok, ci sarebbe anche, via Truffaut, Honoré de Balzac, ma questa è un’altra storia).

https://www.youtube.com/watch?v=Rr55K_OFLGM

À l’attaque! (regia: Robert Guédiguian, soggetto e sceneggiatura: Robert Guédiguian, Jean-Louis Milesi, Francia 2000)
Un classico meccanismo da film nel film, À l’attaque!  mette in scena due sceneggiatori alle prese con uno script per un film politico che tocchi i grandi temi e le enormi contraddizioni della nostra contemporaneità, tra cui le ferite inferte ai piccoli tessuti economici dalla leviatanica globalizzazione. Detta così, parrebbe roba da cui tenersi inderogabilmente alla larga, ma il film trova, come non è riuscito a fare il fallimentare Holy Motors di Leos Carax, una sua divertita, e metatestualmente convincente, comparazione tra il mondo del cinema e quello dei motori e, pur parlando di disoccupazione e di altre cose che l’ottimismo renziano rimuoverebbe con scaltrezza, si chiude anche con la leggerezza insospettabile del lieto fine.

Il ladro di orchidee (regia: Spike Jonze, soggetto: Susan Orlean, sceneggiatura: Charlie Kaufman, USA 2002)
Adaptation, nel titolo originale, è semplicemente il film definitivo sul mondo della sceneggiatura, dove la dicotomia tra genio creativo e talento commerciale trova, attraverso l’antico prototipo dei Menaecmi, una sua struggente ridefinizione. E poi, qui – impossibile deus ex machina – è giusto il coccodrillo inimmaginato da Robert McKee (il più importante guru della sceneggiatura al mondo) a risolvere la storia. Il senso della vita, il senso della morte, il senso dell’amore in un unico film. Perfetto e fondamentale.

Commenta questo post

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.