The Batman di Matt Reeves – La recensione del film

the batman copertina

Il rinnovamento è una bugia!
È quanto mai curioso che questa espressione sia così determinante in un film che viene presentato come reboot, diretto da un regista che, dopo i primi due lavori, si è dedicato esclusivamente alla pratica del “rifacimento” nelle sue varie declinazioni. Blood Story è un remake di Lasciami entrare di Tomas Alfredson o, se si preferisce, un nuovo adattamento del romanzo di John Ajvide Lindqvist che ha il titolo dell’originale svedese; Apes RevolutionThe War sono il secondo e terzo capitolo del “rinnovato” franchise di Il pianeta delle scimmie. Aggiungiamo che il Matt Reeves sceneggiatore scrisse anche, nel 1995, il sequel di Trappola in alto mare (Trappola sulle montagne rocciose di Geoff Murphy) e l’apparente chiasmo insito nella frase collocata in esergo è bello che servito.

Eppure, probabilmente, quella espressione dice il vero. I reboot sono una mistificazione, non c’è mai vero rinnovamento (Scream Matrix Resurrection ne sanciscono l’impossibilità, il fallimento), ma solo mani di vernice. Più o meno di qualità. Il personaggio creato, nel 1939, da Bob Kane e Bill Finger, di riverniciature, nel corso degli anni, ne ha avute diverse, sia sullo schermo (grande e piccolo) sia tra le pagine dei comicsMatt Reeves non ricicla, non cita, non rimastica postmodernamente. Matt Reeves non cerca di venderci un prodotto stantìo, ma l’articolo originale. Già, l’articolo. Come quello che campeggia, piccolo, al di sopra del nome del protagonista. Insomma, Reeves rimette le cose a posto. Innanzi tutto restituendo a Batman la sua natura originaria di Noir Character nonché “l’articolo” con cui il personaggio veniva presentato sulla copertina del n. 27 della testata Detective Comics, specializzata in racconti hard boiled, ma anche nelle tavole all’interno dell’albo.

the batman detective comics
the batman detective comics tavola

Lo spettatore meno attento potrebbe pensare che Reeves nel disegnare L’Enigmista si rifaccia a Jigsaw, protagonista della saga partorita da James WanLeigh Wannell, ma in realtà è proprio il contrario. Si tratta sempre di rimettere le cose al loro posto e dimostrare quanto l’universo di Batman abbia influenzato l’immaginario di tanti e, tra questi, anche di chi poi si è dedicato alla creazione di mondi (nuovi? rinnovati?). Quindi sì, i marchingegni utilizzati dall’Enigmista in The Batman ricordano alcuni tra quelli visti nei vari capitoli di Saw (cui, non a caso, in Italia viene aggiunto L’enigmista). Così come il principio del contrappasso che pare ispirare le sue “missioni” richiama quello di John Doe, il serial killer di Se7en di David Fincher (alla domanda di Batmanchi sei tu?“, l’Enigmista risponde “io sono nessuno“, quindi anonimo, quindi uno John Doe qualunque) che inoltre lì, come qui, ha contemplato, quale atto finale del “piano”, il consegnarsi alla polizia. Di Se7enThe Batman, ha anche la pioggia perenne e un’idea di mondo come vero e proprio Inferno. Oppure (“il rinnovamento è una bugia“) fu Se7en a ispirarsi a quell’immaginario.

Matt Reeves, come un vigilante dell’immaginario (come the Batman?), prova a fare giustizia. Certo, forse ha ragione Andrea Fornasiero su My Movies quando evidenzia le ingenuità di scrittura (come detective, alla fin fine, Batman si rivela un po’ una pippa), ma è altrettanto vero che il regista è di sicuro maggiormente attento all’impianto visivo. Potremmo stigmatizzare anche la stucchevolezza dell’idea di una vendetta, perseguita un po’ da tutti (compresi CatwomanL’Enigmista) al punto che il protagonista (che per primo dichiara di essere “vendetta”) non può che rispecchiarvisi e trarne delle conclusioni fin troppo ovvie. Ma questa partita si gioca probabilmente sul piano dell’immagine più che su quello della parola. E su quello musicale.
Il tema di Michael Giacchino che accompagna l’incedere di Batman richiama in più punti la marcia imperiale di John Williams, ovvero la musica di Darth Vader

Mentre Something in the Way dei Nirvana (che ascoltiamo due volte nel corso del film), con quel suo verso “And the animals I’ve trapped/Have all become my pets” potrebbe riferirsi sia a Batman (e il Bruce Wayne di Robert Pattinson è abbastanza Kurt Cobain) che alla sua nemesi.

Perché la verità è che Edward Nashton (la vera identità dell’Enigmista) non si è sbagliato quando ha pensato che lui e l’uomo pipistrello fossero uguali. The Batman comincia con una soggettiva di qualcuno che spia il sindaco attraverso le finestre del suo appartamento. È L’Enigmista, ma dopo un po’ un’inquadratura simile (stavolta, a essere spiata attraverso le finestre, è Selina Kyle) è la soggettiva di BatmanBruce Wayne e Edward Nashton sono due individui che dall’osservazione passano all’azione. La presa di coscienza del primo, però, lo salverà dalla follia del secondo. Se c’è qualcosa che stride, a questo punto, è proprio l’esigenza che, a un certo punto, Reeves sente di sgombrare il campo dall’ambiguità. Sicché L’enigmista smette di essere John Doe e diventa Bane di Il cavaliere oscuro – Il ritorno, ovvero un terrorista con un nutrito gruppo di proseliti reclutati sui social e questo lo colloca nella colonna dei cattivi senza dubbi di sorta. Proprio la parte finale si rivela quella più debole, quella in cui  Reeves smette di rimettere a posto le cose e paga debito sia a Nolan che alla devastazione quasi biblica di Zack Snyder. Senza, peraltro, dimenticare di accennare alla minaccia del populismo che arriva dal Joker di Todd Phillips

The Batman quindi è un’opera che denuncia il reboot quale pratica quasi gattopardesca, che cambia tutto per non cambiare niente, che corrompe la creatività in nome del profitto. Matt Reeves rompe lo schema, ammazza Falcone (il finto rinnovamento) per tornare alle origini, ristabilirne l’importanza e l’influenza, e recuperarne le recondite atmosfere e intenzioni. Non un film che fissa uno standard. Uno che cerca…Something in the Way.

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