I 10 migliori film del 2025

Sinners

Diceva Eduardo: “Te piace ‘a playlist di fine anno sui migliori film?”. Che la risposta sia sì o che sia no, è tradizione.
Le solite premesse:
– non è una classifica
– mancheranno dei titoli perché la playlist la stilo pensando ai film che ho visto (per esempio, non sono riuscito a vedere né a recuperare Le città di pianura di Francesco Sossai)
– è opinabile, per cui potrete essere d’accordo o meno
Buona lettura!

Sinners articolo

1 – I peccatori di Ryan Coogler

Due Michael B. Jordan e la double consciouness di W.E.B. Dubois, un vampiro irlandese e cattolico (con tanto di battesimo blasfemo), il filo rosso tra nazionalismo irlandese e movimento per i diritti civili degli Afroamericani (ricordiamo Tradimento di Jules Dassin, remake di Il traditore di John Ford, e L’uomo perduto, rivisitazione in chiave black di Fuggiasco di Carol Reed), la musica del diavolo e soprattutto i corpi, corpi neri che non erano così sensuali e arrapanti forse dalla blaxploitation. Ne ho scritto anche sul numero 18 della rivista Cineforum, se vi va di recuperarla.

Here

2 – Here di Robert Zemeckis

Zemeckis, a 70 anni suonati, si mette in tasca tanti giovani virgulti che fanno i fanfaroni dietro la mdp, riuscendo a realizzare il più fantastico time lapse della Storia del cinema. Il “qui” del titolo non è la casa, ma l’inquadratura, il cinema, dove possono coesistere le origini (l’inquadratura unica e fissa dei Lumière) e lo screencast movie. Here è il cinema come finestra/e sul mondo: che si tratti del neolitico o di un padre afroamericano che spiega al figlio il corretto modo di agire nel caso di un posto di blocco. Here è il cinema di Robert Zemeckis che rivive, tra la reunion di Hanks e Wright, schegge di 1964 – Allarme a New York, arrivano i Beatles, La fantastica sfida (l’America come luogo in cui l’imperativo è vendere sicché l’unico che riesce a conciliare le sue inclinazioni col mercato è l’inventore della poltrona reclinabile), Benvenuti a Marwen (c’è in fondo una casa in cui il regista/creatore fa muovere le sue bambole). E quel colibrì ricorrente, quasi fosse la piuma di Forrest Gump, perché a volte anche il cinema è come una scatola di cioccolatini e non sai mai cosa puoi aspettarti: magari un ultimo, unico, ma definitivo, movimento di macchina.

Presence

3 – Presence di Steven Soderbergh

L’altra faccia di Here (movimento continuo vs inquadratura fissa). Se Zemeckis confonde sul qui, Soderbergh inganna sull’ora. La presenza rimanda sia a quella di un fantasma sia metacinematograficamente a quella della mdp e l’impossibilità di definire l’identità di chi guarda stavolta è un valore aggiunto ai fini della suspense. Gran film teorico, ne potete leggere, sempre che vogliate, sul numero 19 di Cineforum.

l arte della gioia

4 – L’arte della gioia di Valeria Golino

Goliarda Sapienza non è Elena Ferrante anche se a sembrare più falso è il suo nome autentico. Come più autentica e rivoluzionaria è la sua opera mondo, tenuto conto anche degli anni in cui viene scritta (infatti è pubblicata dopo vent’anni e postuma). La trasposizione cinetelevisiva della prima parte di quattro (ma distribuita in due parti nelle sale a maggio e giugno 2024) cade, paradossalmente, in un periodo in cui, dato il regresso civile che ci contraddistingue, mantiene la sua carica eversiva. Modestina è una vera antieroina, è perfida, calcolatrice eppure non riusciamo a non empatizzare con lei. Magari perché è libera? Perché sfida, per questa libertà, uno status quo sclerotizzato nei secoli? Di sicuro, Valeria Golino mette in scena l’opera con l’intenzione di coniugare gusto popolare (quasi da telenovela in alcuni frangenti che paiono Terra Amara) e Prestige TV. E, con la collaborazione di Nicolangelo Gelormini, ci riesce senza dover rinunciare all’erotismo del libro, anzi barcamenandosi tra schegge di “nunsploitation” nella prima parte e il Bolognini audace nella seconda (con tanto di racconto della Spagnola che ai nostri occhi appare racconto del COVID). Merito di una scrittura attenta e di interpreti azzeccatissimi tra cui brilla Tecla Insolia, da anonima sanremista a oggetto del desiderio e futura diva.

un semplice incidente

5 – Un semplice incidente di Jafar Panahi

È vero, come hanno notato in molti, che lo spunto di Un semplice incidente è analogo a quello di La morte e la fanciulla. Lo sviluppo, però, sembra quello di un gioiellino misconosciuto della commedia all’italiana: Italian Secret Service di Luigi Comencini. Salvo l’epilogo, la cui impennata drammatica lacera carni e spirito. Jafar Panahi ha realizzato questo capolavoro di nascosto, mentre in Italia, alla luce del sole, bene che vada si producono carinerie. Meditiamo.

Wolf Man

6 – Wolf Man di Leigh Whannell

Ecco il film il cui inserimento nella playlist genererà fastidio, polemica, fatta eccezione per quei pochi che lo hanno apprezzato come il sottoscritto.
La Universal ha probabilmente trovato la quadra per far davvero rivivere i suoi celebri mostri nel contemporaneo (altro che l’inqualificabile “mummia” con Tom Cruise). Il Monsterverse che funziona è quello messo in piedi da Leigh Whannell, già sodale di James Wan per l’high concept di Saw, e iniziato con L’Uomo invisibile che calava la creazione di H.G.Wells in pieno #metoo. Qui abbiamo uno scrittore in crisi, che si occupa a tempo pieno della figlia, e una giornalista totalmente assorbita dal suo lavoro. Un nucleo familiare di tre componenti che, per un’occorrenza non preventivata, si reca in una sperduta baita nel bosco dell’Oregon, seguito durante il viaggio da una ripresa aerea in quasi plongée. Vi ricorda niente? Ok bravi, ma Wolf Man è molto di più perché Whannell riesce a incrociare l’horror col sick romance movie (Love Story, Scelta d’amore, ma anche Amour di Haneke che, a quanto pare, il regista ha fatto vedere a cast e crew) e a farne quasi uno Scene da un matrimonio infetto (anzi, forse il vero Bergman di riferimento è curiosamente L’ora del lupo). Un kammerspiele secco, veloce, ma incredibilmente sofferente, che in modo sottile riflette anche su quanto i cascami patriarcali, la frustrazione tenuta ben nascosta di fare il mammo, siano pronti a esplodere non appena la natura e l’istinto prendono il sopravvento sul raziocinio. Julia Garner può dirsi, a ragione, la star dell’horror contemporaneo, figurando nel cast di un altro titolo decisamente di successo della stagione come Weapons.

superman

7 – Superman di James Gunn

Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana“. Parola di Bill.

È probabile che sia stata questa battuta di Tarantino a dare lo spunto a James Gunn per costruire il suo Superman, che riconoscendosi umano, finisce con l’essere più Clark Kent di quanto sia stata ogni sua incarnazione cinetelevisiva finora. Se io vado al cinema a vedere un film di James Gunn, mi aspetto di vedere un film di James Gunn, non di Zack Snyder, non il fumetto o qualsivoglia trasposizione abbia amato. E Superman è uno stramaledetto film di James Gunn che no, questa volta non ha toppato, perché è un lavoro perfettamente coerente alla sua poetica (poi, se non vi piace Gunn è un’altra storia). Questo Superman ha la controproducente bontà di Frank, il protagonista di Super!. Ma è una bontà contagiosa, che cementa gruppi. È Superman, per James Gunn, a rappresentare la critica alla razza umana. Un Superman che irrompe in scena già sconfitto, che spesso sarà sull’orlo dell’annientamento, ma che riuscirà perché non è solo. E non è rivoluzionaria questa visione? A questo punto, direi che Superman il film rappresenta la critica alla critica da hater, di chi fa confronti, paragoni (le argomentazioni non mi paiono diverse da chi rifiutava ab origine La sirenetta e Biancaneve: non era preveggenza, ma pregiudizio) con un passato che Gunn ha metabolizzato (perché francamente non gli si può rimproverare l’ignoranza: ci sono anche i Super Amici di Hanna & Barbera) senza rinunciare alla sua idea di mondo e di racconto. Lex Luthor, in virtù della critica alla razza umana che Superman incarna suo malgrado, lo odia ed è una delle migliori versioni della nemesi di Kal-El, ma è nell’epilogo, quando 4 chiede se Superman voglia vedere filmati dei genitori, che Gunn si supera. Se non vi siete commossi lì, mi dispiace. Io ancora ci piango.

scomode verità

8 – Scomode verità di Mike Leigh

Un cast all black per un film in cui la questione razziale non entra mai (salvo forse nella scena in cui Kayla viene umiliata da una fintamente condiscendente datrice di lavoro). Perché Mike Leigh vuole raccontare altro. Vuole dirci del male di vivere, un male oscuro, che non si spiega, non si cura. Pansy (una stratosferica Marianne Jean-Baptiste) è piena di fobie, affetta da una misantropia cronica. Il suo viaggio non è quello dell’eroe di Vogler, non c’è un arco evolutivo confortante e tranquillizzante. Dicono i manuali che la trama, per questo motivo, è minimalista. Come la messa in scena. Potrebbe sembrare di primo acchito. Ma il cinema vero, quello fatto da chi ha uno sguardo, non ha bisogno di distruggere città o sorvolare oceani per essere epico. Basterebbe la scena in cui la protagonista, a casa della sorella, scoppia in una risata che poi diventa pianto isterico per dirci quanto questo film metta a nudo, epicamente, la profonda schizofrenia del mondo contemporaneo.

emilia perez

9 – Emilia Pérez di Jacques Audiard

Nonostante i tweet della protagonista e le conseguenti sciaguratamente pilatesche dichiarazioni del regista abbiano condannato il film a una damnatio memoriae tale che parrebbe non essere mai stato fatto, resta uno dei titoli più belli del 2025. Emilia Pérez è un melò/musical e già questa definizione dovrebbe impedire di tirare in causa la rappresentazione realistica del Messico, come è stato fatto per stigmatizzare la messa in scena. Il luogo qui non è neanche geografico, ma geocinematografico. Ora è ben nota la mia passione per il musical, però ricordiamoci che per un musical che funzioni occorrono brani che ti restino dentro (qualcuno lo spieghi alla Disney ché Lin Manuel Miranda non ne ha mai composto uno, di brano memorabile) e il film di Audiard ha in Clément Ducol e Camille un autentico punto di forza. La sorpresa potrebbe essere quella di un Audiard (del quale sappiamo che maneggia bene crime e melodramma) impeccabile anche nel dirigere canti e danze come un redivivo Bob Fosse, ma, siamo sinceri: elencare i punti forza di Emilia Pérez rischia di rivelarsi un esercizio sterile. A ogni modo, basti dire che mai premio (a Cannes, perché agli Oscar era già cominciata l’operazione screditamento, a eccezione di Saldana) all’intero cast femminile (Karla Sofía Gascón, Zoe Saldana, Selena Gomez e Adriana Paz) fu più meritato. Un’opera incredibile, che transita tra i generi, come la protagonista.

the shrouds

10 – The Shrouds – Segreti sepolti di David Cronenberg

Hai costruito la tua carriera sui corpi” è quello che dice al protagonista Terry, sorella/doppio della moglie. E, in fondo, Vincent Cassel è, a sua volta, doppio di Cronenberg (i corpi). Ma la carne non c’è più, non solo nel cinema, forse anche nella vita, dove l’esperienza tattile è ridotta al minimo in favore di quella scopica. Solo che pensiamo di vedere tutto, mentre in realtà non vediamo più nulla: è una lezione che ci dava Brian De Palma in Redacted ed è curioso che il sudario inventato da Karsh (che foneticamente è l’anagramma di Krash/Crash) abbia delle analogie con l’invenzione di Adrian Griffin, il marito violento di L’uomo invisibile di Leigh Whannel. La vista è il senso maggiormente soggetto a inganno e, questo, il cinema lo sa, visto che la sua stessa fortuna è fondata sull’illusione del movimento.

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