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Hulk

(Usa 2003) di Ang Lee, con Eric Bana, Jennifer Connelly, Nick Nolte, Sam Elliot.

Per realizzare la trasposizione cinematografica del famoso fumetto (e famoso telefilm) Hulk, il regista taiwanese Ang Lee (Ragione e sentimento, La tigre e il dragone) si avvale, grazie anche ad una buona sceneggiatura firmata da James Schamus, John Turman e Michael France, di un impianto dalle nobili ascendenze letterarie e culturali, che coinvolgono la tragedia classica, quella elisabettiana, il romanticismo estremo, la psicoanalisi freudiana. L’idea portante del film, che costituisce un notevole elemento di distinzione rispetto al fumetto, è il conflitto edipico tra un padre e un figlio, entrambi scienziati, entrambi. Il primo è un personaggio delirante e megalomane, interpretato con sanguigno vigore da Nick Nolte; il secondo, invece, è un giovane integro e dimesso, a cui il quasi esordiente Eric Bana si accosta in maniera forse un po’ opaca. Il figlio porta nelle viscere una sorta di maledizione provocata dal padre attraverso degli inquietanti esperimenti. Essa dapprima è in stato latente, ma nel momento in cui, dopo aver tenuto a lungo in sospeso gli spettatori, si manifesta e dà luogo alla trasformazione in un gigante dai caratteri fisici sovrumani e primordiali, provoca l’esplosione dell’acerrimo conflitto tra il padre e il figlio, che si configura come la ribellione dell’io al fardello di dolore e di costrizione che proviene dall’autorità paterna e dal sistema sociale, e che, nella potente progressione del film, si allarga a stupefacenti dimensione cosmiche (il viaggio verso la stratosfera, l’apocalittico scontro finale). Qui Hulk non ha nulla del supereroe, è solo un mostro incontrollabile, simbolo del primordiale istinto naturale, che si scaglia contro i simboli della civiltà oppressiva: l’esercito, la città e la tecnologia, il padre. Se dal punto di vista tematico il regista va alla ricerca di una dimensione più grave ed elevata rispetto a quella tipicamente pop dei fumetti, dal punto di vista stilistico recupera quest’ultima in maniera provocatoria e spiazzante, fino a suscitare un effetto di distanziamento e straniamento nei passaggi più avvincenti del film: adotta un ritmo vorticoso, che si allenta soltanto in qualche scena a carattere psicologico o apertamente teatrale; gira scene d’azione iperboliche e vertiginose; utilizza con insistenza lo split screen, che diventa una pagina di vignette sinottiche; crea persino l’illusione che la macchina da presa si allontani da un reticolato di scene alla ricerca di quella giusta da inquadrare. Il risultato finale è un film complesso, ricco di fascino e spunti problematici, misterioso, estremamente cupo e angosciante, a tratti caratterizzato da un’amarezza, un rammarico, una disperazione che l’unica figura portatrice di positività, speranza e amore, la dolce e intensa fidanzata del protagonista (Jennifer Connelly, ancora brava dopo l’oscar per A beautiful mind), non riesce a mitigare.

(Leonardo Speranza)


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