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Io, robot (Usa 2004) di Alex Proyas con Will Smith, Bridget Moynahan, James Cromwell, Alan Tudyk

"Un film non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa della sua sceneggiatura sciatta e della sua regia senza nerbo, un essere umano ne riceva danno"


Dovrebbe essere questa la prima sacrosanta legge del cinema. E non soltanto del cinema sui robot. E, invece, Io, robot, l'ultimo lavoro di Alex Proyas (dotatissimo autore de Il corvo e, soprattutto, di quel piccolo e delizioso Garage Days che, ad oggi, resta uno dei migliori film sulla musica rock) rischia di ammazzarti stecchito sotto i colpi del già visto.
Da uno spunto decennale di Jeff Vintar, sceneggiato con Akiva Goldsman, cui in corso d'opera, la produzione è riuscita ad appioppare i galloni di nobiltà (ma solo quelli) del brand Asimov, Io, robot olea meccanismi e suggestioni più sul superatissimo immaginario cyberpunk che sull'epica ottimistica (e - diciamolo - terribilmente conservatrice) del padre della fantascienza. Entrambi mondi archeologici, a dirla tutta, che rendono questo film, coumunque lo si veda, più che racconto di anticipazione, un tenero spaccato archeologico. Un già sbiadito "come eravamo", piuttosto che un'ipotesi del domani, in cui, ancora una volta, il massimo dell'ambiguità morale prevede che l'uomo (il programmatore, in questo caso) sia il solito Dio che, questa volta, ha nel robot Sonny il suo Adamo al quale, messosi comodamente in disparte a guardare, demandare ogni speranza di salvezza. Senza neppure la pelle d'oca della hybris. Scoperta tematica svelata dall'inquadratura finale: un campo lungo che rivela la natura cristologica ed eziologica della rivolta di Sonny, l'Ecce Robot della vicenda, a cui poter affidare l'afflato escatologico e messianico dell'happy end.


(Corrado Morra)

 

Sonny

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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