{"id":1542,"date":"2015-11-18T11:30:14","date_gmt":"2015-11-18T10:30:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pigrecoemme.com\/blog\/?p=1542"},"modified":"2015-11-18T12:18:56","modified_gmt":"2015-11-18T11:18:56","slug":"adieu-au-langage","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pigrecoemme.com\/blog\/adieu-au-langage\/","title":{"rendered":"All&#8217;Institut fran\u00e7ais di Napoli, Adieu au langage di Jean-Luc Godard"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.pigrecoemme.com\/blog\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/godard.jpg\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1543\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.pigrecoemme.com\/blog\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/godard.jpg?resize=484%2C252\" alt=\"godard\" width=\"484\" height=\"252\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.pigrecoemme.com\/blog\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/godard.jpg?w=484&amp;ssl=1 484w, https:\/\/i0.wp.com\/www.pigrecoemme.com\/blog\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/godard.jpg?resize=300%2C156&amp;ssl=1 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 484px) 100vw, 484px\" \/><\/a>Nell&#8217;ambito del festival\u00a0<a href=\"http:\/\/www.ocurt.it\/\">&#8216;O Curt<\/a>, <strong>gioved\u00ec 19 novembre<\/strong> alle <strong>ore 21:30<\/strong>, all&#8217;<strong>Institut fran\u00e7ais<\/strong> di Napoli,\u00a0<strong>Corrado Morra<\/strong>, docente di <a href=\"http:\/\/www.pigrecoemme.com\/corsi\/corso-sceneggiatura.htm\">Sceneggiatura<\/a> della Scuola di cinema <strong>Pigrecoemme<\/strong>, presenta\u00a0<strong>Adieu au langage<\/strong>, l&#8217;ultimo film di\u00a0<strong>Jean-Luc Godard<\/strong>.<br \/>\nEnnesima, suggestiva e spietata riflessione\u00a0sulla necessit\u00e0 di\u00a0ridefinire,\u00a0attraverso il cinema, i linguaggi\u00a0per comprendere il mondo\u00a0e per far luce tra le pieghe oscure dei\u00a0nostri cuori, <em>Adieu au langage<\/em>\u00a0ha in s\u00e9\u00a0i crismi di un&#8217;istanza non pi\u00f9 procrastinabile: quella di\u00a0riformulare, definitivamente e radicalmente, prima di ogni cosa la lingua stessa per <em>rappresentare\u00a0<\/em>e <em>ripensare<\/em> il mondo e la sua\u00a0conflittuale\u00a0complessit\u00e0.<br \/>\nE la rappresentazione &#8211; potremmo dire con Aristotele\u00a0&#8211;\u00a0\u00e8 innanzitutto la risposta alla constatazione di un&#8217;assenza, e in tal senso l&#8217;estetica \u00e8 proprio\u00a0la risposta a quello che non c&#8217;\u00e8, che nel caso di Godard coincide da sempre con un&#8217;idea di cinema (perturbante e pur salvifica, immateriale e corporale), come\u00a0luogo\u00a0privilegiato dove\u00a0si intreccino\u00a0<em>aisthetich\u00e9<\/em>, ossia l&#8217;immaginazione dell&#8217;inesistente, e\u00a0<em>logistich\u00e9<\/em>, ovvero la potenza visionaria della capacit\u00e0 linguistica, che riesce a spingersi fino\u00a0a dire l&#8217;inimmaginabile; il cinema come avamposto\u00a0&#8220;politico&#8221; di conflitti, ma soprattutto, il cinema come antifona sinestetica all&#8217;arbitrio del caos. E al riverbero osceno del silenzio.<br \/>\nDi seguito il testo di Corrado Morra in catalogo.<br \/>\n<!--more--><\/p>\n<h2><strong>GODARDORAMA<\/strong><\/h2>\n<p><em>Giro per la Tuscolana come un pazzo,<br \/>\n<\/em><em>per l\u2019Appia come un cane senza padrone.<br \/>\n<\/em><em>(&#8230;) Mostruoso \u00e8 chi \u00e8 nato<br \/>\n<\/em><em style=\"font-weight: 300;\">dalle viscere di una donna morta.<br \/>\n<\/em>Pier Paolo Pasolini, <em>Io sono una forza del Passato<\/em><\/p>\n<p><em>Adieu au langage<\/em>, come ironicamente ha scritto lo stesso Jean-Luc Godard, \u00e8 la storia di una donna sposata che incontra un uomo.<br \/>\nNascerebbe da tale circostanza una sofferta relazione amorosa, dove si intrecciano il senso della morte, l\u2019uguaglianza della defecazione, il desiderio e l\u2019assenza del desiderio, pensieri sulla politica del Novecento, il cinema come soglia della morte, la potenza della musica sinfonica, il discorso sul doppio, il segreto della pittura, il mondo visto da un cane\u2026<br \/>\nLa dissoluzione del discorso amoroso, narrata attraverso la destrutturazione del linguaggio \u00e8 operazione che, dopo <em>L&#8217;Ann\u00e9e derni\u00e8re \u00e0 Marienbad<\/em>, ha conosciuto anche di recente, e prima di quest\u2019ultimo Godard, un\u2019emozionante esplorazione nel Terrence Malick di <em>To The Wonder<\/em>. Ma in Godard l\u2019inganno di estetizzare lo struggimento (che nell\u2019autore americano finiva col diventare una sorta di patina anestetizzante del dolore) \u00e8 superata da un\u2019ipertrofia di visioni, di misure, variet\u00e0 di ottiche, di espedienti, che determinano un testo, insieme, sporco e perfetto, promiscuo e asettico, sfilacciato e corposo, dove ogni tentazione di accompagnare lo spettatore nei meandri della catartica e assolutoria immedesimazione attraverso il linguaggio del cinema, viene frantumata dalla forzatura perpetrata in ogni lasso sulla grammatica, sui raccordi (in tal modo anche la capacit\u00e0 simpatetica dell\u2019allegretto del secondo movimento della Settima sinfonia di Beethoven diventa qui lo sberleffo dell\u2019emozione, il reiterato pretesto per un singulto, il singhiozzo fatale di un nesso negato).<br \/>\nMa tutto questo \u00e8 solo in parte vero perch\u00e9 <em>Adieu au langage <\/em>\u00e8 prima di tutto un\u2019analisi malinconica sulla cattivit\u00e0 dell\u2019<em>esserci<\/em>.<br \/>\nUn momento chiave del film, in tal senso, \u00e8 quello in cui Godard fa dire a Josette delle parole rivelatrici: \u201cSono qui per dirvi di no. E per morire\u201d.<br \/>\n\u00c8 in quella negazione, rivolta a noi tutti, la professione di un\u2019indipendenza dall\u2019esserci, che condanna inevitabilmente il linguaggio a inutile balbettio, perch\u00e9 il nulla (il nulla dei rapporti sociali, il nulla delle sintassi, il nulla della parola non detta, il nulla dell\u2019amore) in Godard \u00e8 invece fulcro vitale del discorso, accolto e custodito, fino all\u2019ultimo respiro, fino al primo respiro di un bimbo, che nasce e piange, fino all\u2019ultimo guaito di un cane (su cui <em>Adieu au langage<\/em> di fatto termina), cane come figlio dell\u2019uomo, ma che non dar\u00e0 discendenza, dicendo addio in tal modo all\u2019evoluzione, cio\u00e8 al linguaggio della specie.<br \/>\nIn un altro punto, la voce di G\u00e9d\u00e9on rivolta a Josette dichiara fuori campo: \u201cJe suis \u00e0 vos ordres\u201d. La donna \u00e8 dietro a un\u2019inferriata, che la costringe in una sorta di gabbia, che \u00e8 come se la chiudesse in un bel paesaggio lacustre che, alle sue spalle si scorge in campo lungo, rivelandoci invece che il suo \u00e8 lo spazio angusto di una prigione e che quella prigione \u00e8 l\u2019inquadratura del mondo. Anzi: \u00e8 il mondo.<br \/>\nAncora affidato all\u2019acusma del fuori campo, il film si sofferma poi sul significato in russo della parola <em>kamera<\/em>: prigione. Ed \u00e8 qui che diventa evidente come per Godard il cinema, ossia lo sguardo della camera, sia costituzionalmente una macchina di coercizione e di controllo, un dispositivo foucaultiano di sorveglianza, contro cui muovere sempre. E la coscienza metatestuale dei personaggi in <em>Adieu au langage<\/em>, che proprio in tal senso rivelano di \u201cdetestare i personaggi\u201d, \u00e8 il segno di tale rivolta.<br \/>\nMa a quali ordini sarebbe disposta davvero ad affidarsi quella voce fuori campo, in un film senza trama, se non alla deissi imperiosa di quella donna, che non \u00e8 altro che il simbolo della madre-matrigna-matrice della prigione del linguaggio?<br \/>\nSe \u00e8 il linguaggio l\u2019<em>origine del mondo<\/em> (la vagina dipinta da Courbet sarebbe la parola primigenia, il mito), il termine con cui gli Apache, tanto amati dal regista da bambino, indicavano il mondo \u00e8 <em>foresta<\/em> ed \u00e8 a quell\u2019immagine antagonistica e inesplorabile dell\u2019altrove che Godard, attraverso il <em>point of view<\/em> di un cane, affida il caos e l\u2019entropia del suo discorso definitivo.<br \/>\nGodard, con le parole di Claude Monet, ci ricorda infine che lo scopo profondo della rappresentazione \u00e8 quello di \u201cdipingere il non vedere\u201d. Come in una foresta fitta. Ed \u00e8 proprio quello che, dipingendo con la luce, l\u2019uomo di cinema Godard fa ancora, con una forza e una disperata vitalit\u00e0 che pochi altri hanno: girare il non vedere. E proprio quel non vedere \u00e8 la rivolta contro l\u2019alienazione e la dipendenza dai nessi, attraverso un processo di definitiva frantumazione del linguaggio. Ma quelle due o tre cose che so di lui, mi permettono di ipotizzare che in Godard, proprio questa dissoluzione sia il segno della tensione verso la liberazione politica dei corpi, prefigurata gi\u00e0 da quell\u2019antico spettro che, dal Manifesto in poi, si aggira per l\u2019Europa: il Comunismo. Segno che, derridianamente, \u00e8 anche l\u2019unica manifestazione possibile per giungere alla conoscenza e all\u2019amore di quel fantasma che ci ostiniamo a chiamare cinema.<em><br \/>\n<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nell&#8217;ambito del festival\u00a0&#8216;O Curt, gioved\u00ec 19 novembre alle ore 21:30, all&#8217;Institut fran\u00e7ais di Napoli,\u00a0Corrado Morra, docente di Sceneggiatura della Scuola di cinema Pigrecoemme, presenta\u00a0Adieu au langage, l&#8217;ultimo film di\u00a0Jean-Luc Godard. 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