{"id":1513,"date":"2015-10-09T23:36:46","date_gmt":"2015-10-09T21:36:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pigrecoemme.com\/blog\/?p=1513"},"modified":"2015-10-27T01:00:43","modified_gmt":"2015-10-27T00:00:43","slug":"quadri-da-un-esposizione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pigrecoemme.com\/blog\/quadri-da-un-esposizione\/","title":{"rendered":"Quadri da un\u2019esposizione. Conflitti tra cinema e pittura in 10 film"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.pigrecoemme.com\/blog\/wp-content\/uploads\/2015\/10\/quadri.jpg\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1514\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.pigrecoemme.com\/blog\/wp-content\/uploads\/2015\/10\/quadri.jpg?resize=484%2C252\" alt=\"quadri\" width=\"484\" height=\"252\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.pigrecoemme.com\/blog\/wp-content\/uploads\/2015\/10\/quadri.jpg?w=484&amp;ssl=1 484w, https:\/\/i0.wp.com\/www.pigrecoemme.com\/blog\/wp-content\/uploads\/2015\/10\/quadri.jpg?resize=300%2C156&amp;ssl=1 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 484px) 100vw, 484px\" \/><\/a>Il cinema \u00e8 la proiezione del mondo, ombra di una falsa memoria, particolare fuorviante, qui pro quo dell\u2019oggetto. E nulla \u00e8 pi\u00f9 oggetto dell\u2019oggetto d\u2019arte, che vive solo nel momento in cui lo si vede, ossia facendolo <em>oggetto<\/em> della visione, che \u00e8 poi la prassi del cinema.<br \/>\n\u00c8 B\u00e9la Bal\u00e1zs ad aver scritto, nel suo celebre <em>Il film<\/em>, che \u00abGli oggetti d\u2019arte \u2013 in quanto elementi di vita \u2013 possono trasformarsi in materia creativa dinanzi alla macchina da presa. La macchina ha in questo caso il tremendo compito di sovrapporre all\u2019espressione gi\u00e0 esistente dell\u2019opera d\u2019arte una nuova espressione: la commozione dell\u2019osservatore\u00bb. Il cinema come strumento privilegiato di commozione, dal Novecento fino a oggi, allora?<br \/>\nEppure, in un certo senso, il cinema (e quella sua precisa capacit\u00e0 di commuovere) era gi\u00e0 nei vetri dipinti della lanterna magica, ma ora, ritornando agli oggetti d\u2019arte, e in particolare alla pittura, a dar credito a Plinio il vecchio (come ci ricorda Victor I. Stoichita, il cui <em>Breve storia dell\u2019ombra<\/em> dovrebbe essere obbligatoria sin dalle scuole primarie, altro che i sussidiari di una volta!), il primo ritratto dipinto sarebbe nato, nel disegno compiuto da una donna, seguendo il\u00a0profilo dell\u2019ombra dell&#8217;amato, che l\u2019indomani sarebbe partito per la guerra. Proiezione ortogonale di chi essendoci annuncia di non esserci pi\u00f9, la pittura nascerebbe, dunque, come traccia dell\u2019assenza e della morte. Esercizio apotropaico, essa scongiura ed esorcizza l&#8217;estrema dipartita proprio nel segno fumoso della proiezione, nell\u2019ornato incerto dell\u2019ombra, con una prassi che,\u00a0in seguito,\u00a0sar\u00e0 in sostanza quella del cinema. E il cinema, infatti, non \u00e8 precisamente il racconto di ci\u00f2 che non \u00e8 pi\u00f9 e la tensione verso ci\u00f2 che non \u00e8 ancora?<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Sono tanti i film che hanno raccontato i rapporti storici e concettuali tra la Settima arte e la pittura, e ancora di pi\u00f9 quelli in cui, in controluce, si scorgono patenti i debiti del cinema con le infinite suggestioni dei dipinti.<br \/>\nLa lista di questi dieci film, di cui leggerete di seguito, come sempre, non si presenta con nessun crisma del definitivo e, estremamente personale, tiene inevitabilmente fuori numerosi film sicuramente importanti ai fini del nostro discorso. Ce ne vengono in mente due: <em>Obsession \u2013 Complesso\u00a0di colpa<\/em> (1976) di Brian De Palma, in cui, ancor pi\u00f9 del modello \u2013 ossia de La d<em>onna che visse due volte<\/em> \u2013 l\u2019incontro tra Michael e Sandra, che sancisce il ritorno dall&#8217;oltretomba di Elizabeth e la conseguente <em>restaurazione<\/em> dell\u2019amore perduto, avviene \u00a0nella Basilica di San Miniato al Monte di Firenze, davanti a un dipinto, che la protagonista sta giusto \u201crestaurando\u201d, circostanza che sottolinea\u00a0il tema della natura sempre perturbante e rivelatrice dell\u2019immagine; e <em>Big Eyes<\/em> (2014) di Tim Burton che capolavoro di certo non \u00e8, ma ha il merito, attraverso la vera storia di Margaret Keane, pittrice di timidissime inclinazioni artistiche, dei cui dipinti il marito aveva finito con l\u2019attribuirsi i meriti artistici e commerciali, di raccontarci, attraverso il particolare ipertrofico dello strumento scopico di quei ritratti naif di bambini tristi, il passaggio, nel sistema del mercato contemporaneo dell\u2019arte, dalla qualit\u00e0 del talento alla quantit\u00e0 del prodotto.<br \/>\nIn linea generale, nella\u00a0lista definitiva di dieci soli\u00a0film\u00a0si \u00e8 dato privilegio a quei titoli in cui pi\u00f9 chiara ci sembrasse\u00a0la tensione, il conflitto, tra le istanze linguistiche specifiche del cinema e quelle della pittura, quasi una sorta di guerra di egemonia a quale, tra i due dispositivi, sia meglio in grado di raccontare il fantasma derridiano dell\u2019assenza. E, chiaramente, questo scontro non pu\u00f2 che essere sempre, una faccenda di ombre, dettagli, indizi quasi invisibili. Ma, allora,\u00a0come arrivare a identificare un fantasma?<\/p>\n<p>In un celebre saggio del 1978, lo storico Carlo Ginzburg paragonava il metodo induttivo dell\u2019indagine di Sherlock Holmes a quello del medico e storico dell\u2019arte ottocentesco Giovanni Morelli cos\u00ec come all\u2019analisi freudiana, un sistema comune che definiva \u201cparadigma indiziario\u201d. Morelli asseriva che per attribuire un\u2019opera a un autore, o per scoprire un falso, non bisogna concentrarsi sui caratteri pi\u00f9 evidenti (e, quindi, anche pi\u00f9 semplicemente imitabili), ma mettere al vaglio i dettagli pi\u00f9 umbratili e limitrofi, perch\u00e9 \u00e8 l\u00ec che si nasconderebbe lo stile.<br \/>\nEd\u00a0\u00e8 ancora Ginzburg che, in <em>Streghe e sciamani<\/em>, ha scritto che \u00abCi\u00f2 che \u00e8 insieme evidente e nascosto, ci ha insegnato Freud, \u00e8 ci\u00f2 che non si vuole vedere.\u00bb<br \/>\nA\u00a0ben vedere, anche i segreti del cinema si scoprono nelle pieghe deleuziane dei particolari, e pi\u00f9 piccoli sono i dettagli, pi\u00f9 enorme \u00e8 l\u2019impostura della sua antinomica verit\u00e0, perch\u00e9 l\u2019ipertrofia barocca della visione cinematografica \u00e8 il \u201cmacroscopio\u201d per l\u2019analisi ottica della sua fondamentale bugia: essere rimando (perch\u00e9 il cinema vede rivedendo), e inevitabile <em>nemico<\/em>, dell\u2019oggetto ripreso.<br \/>\nE che cos\u2019altro \u00e8 la successione di inquadrature del cinema se non un&#8217;esposizione di una\u00a0serie infinita di quadri di conflitti?<\/p>\n<p>\u00c9ric Rohmer odiava\u00a0accompagnare i suoi film nel processo promozionale: refrattario a fornire altre spiegazioni al pubblico se non quanto detto gi\u00e0 nel film stesso, Rohmer rivendicava per s\u00e9 la necessit\u00e0 di fare cinema, semplicemente vivendo la sua vita, passeggiando in campagna, per esempio, invece di parlare di quello che era gi\u00e0 stato fatto o (e questo \u00e8 il punto centrale) visitando musei\u2026 Fare cinema visitando i musei&#8230;<br \/>\nE, in effetti, che cos&#8217;altro si potrebbe dire a chi voglia capire che cos\u2019\u00e8 il cinema e in che modo si possa\u00a0mai farne? Certo: studiare, capirne il linguaggio, analizzarne i contesti, vedere film\u2026 Eppure, potrebbe essere sufficiente anche solo consigliare\u00a0di visitare un museo. Quello di Capodimonte a Napoli, sarebbe perfetto e, a quanti vogliano capire il cinema, suggerire di restare davanti alla <em>Crocifissione<\/em> di Masaccio per \u2013 quanto dura un film mediamente, novanta minuti? \u2013 un\u2019ora, un\u2019ora e mezza, e a quel punto forse davvero non gli servirebbe altro per comprendere\u00a0un dato essenziale nel cinema, ossia\u00a0i rapporti drammaturgici tra spazio e personaggio; oppure gli si potrebbe suggerire, sempre nella stessa pinacoteca, di ammirare\u00a0<em>La Parabola<\/em><em> dei ciechi<\/em> di Pieter Bruegel il Vecchio, e a quel punto\u00a0saprebbe tutto su che cosa significhi, partendo da un tema, sviluppare un intero dramma, che non \u00e8 altro che la\u00a0descrizione del conflitto, ma anche delle segrete alleanze, tra\u00a0forze inevitabilmente antagonistiche e pur interdipendenti. La storia di una <em>guerra quotidiana<\/em>. Anzi, un sistema per custodire e proteggere le scene di quella\u00a0<em>guerra<\/em>. Che \u00e8 quello che il cinema, certamente arte del movimento, nella galleria infinita delle sue inquadrature, appunto fa. Perch\u00e9 il cinema \u00e8 il pi\u00f9 grande museo del mondo.<\/p>\n<h6 style=\"text-align: right;\">\u00abLo sguardo accoglie dentro di s\u00e9<br \/>\nl\u2019oggetto dello sguardo: questo significa guardare.<br \/>\nE l\u2019oggetto ricambia il tuo sguardo.<br \/>\nNon \u00e8 forse questa la verit\u00e0 del sentimento?\u00bb<br \/>\nUwe Timm, <em>La volatilit\u00e0 dell\u2019amore<\/em><\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">\u00abL\u2019uomo volgare ammira,<br \/>\nma il vero intenditore sorride.\u00bb<br \/>\nHonor\u00e9 de Balzac, <em>Il capolavoro sconosciuto<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Un chien andalou (Luis Bu\u00f1uel, 1929)<br \/>\n<\/strong><strong>La merlettaia (Jan Vermeer, 1669-70)<br \/>\n<\/strong>Il senso e l\u2019ordine borghese sono elementi di cui sbarazzarsi non solo con un gesto radicale di rivolta, ma anche con la nonchalance del quotidiano. E, complice Dal\u00ed, fuori dalle libere associazioni inconsce, \u00e8 questa una faccenda che passa anche per i dettagli. \u00c8 cos\u00ec che, in <em>Un chien andalou<\/em><strong>,<\/strong> la giovane donna (Simone Mareuil), prima di soccorrere il ciclista con la valigetta a righe, getta via un libro d\u2019arte, che resta aperto su un dipinto: \u00e8 <em>La Merlettaia<\/em> di Jan Vermeer, simbolo dell\u2019ordine precostituito (il lavoro come base della societ\u00e0 mercantile moderna) e segno riconoscibile della conclamata grandezza dell\u2019arte da museo (istituzione moderna e borghese), se \u00e8 vero che Renoir indicava proprio <em>La Merlettaia<\/em> come uno dei due pi\u00f9 grandi dipinti custoditi al Louvre! (Ma non dimentichiamoci de <em>La Merlettaia<\/em>: in questa lista, quando meno te l\u2019aspetti, ritorner\u00e0.)<\/p>\n<p>https:\/\/youtu.be\/BIKYF07Y4kA<\/p>\n<p><strong>Profondo rosso (Dario Argento, 1975)<br \/>\n<\/strong><strong>Il volto dell\u2019assassino riflesso nello specchio tra i quadri incorniciati<br \/>\n<\/strong>\u00abForse quel quadro \u00e8 stato fatto sparire perch\u00e9 rappresentava qualcosa d\u2019importante, qualcosa di talmente importante che tu non te ne rendi conto\u00bb, pensa alla fine Marc (un David Hemmings chiaramente abituato, via Michelangelo Antonioni, a porsi come incarnazione stessa dei dilemmi della visione). Perch\u00e9 proprio come la vera arte (e proprio come il vero amore), alle pareti dell\u2019horror vacui della pinacoteca di <em>Profondo rosso<\/em>, il trompe l\u2019oeil pi\u00f9 ingannevole e sublime \u00e8 giusto quello che non c\u2019\u00e8: il volto riflesso in uno specchio, maschera della miseria e ritratto dell\u2019orrore che affiora dentro ognuno di noi.<\/p>\n<p>https:\/\/youtu.be\/HvFNVKVC-EI<\/p>\n<p><strong>La donna che visse due volte (Alfred Hitchcock, 1958)<br \/>\n<\/strong><strong>Il ritratto di Carlotta Valdes<br \/>\n<\/strong><em>La donna che visse due volte<\/em> \u00e8 il cinema come <em>vertiginosa<\/em> ossessione del d\u00e9j\u00e0-vu, matrice del gi\u00e0 stato, riflesso di noi tutti nel corpo che non esiste. E il brutto dipinto di Carlotta Valdes (un ritratto chiamato a &#8220;interpretare&#8221; un doppio fantasma, reinterpretato da Kim Novak, attrice che interpreta un personaggio che sta interpretando un personaggio&#8230;), dove pure impera la disperazione e il desiderio feticista dei dettagli (la spirale di un riccio, l\u2019odore impossibile di un piccolo bouquet\u2026), diventa il fantasma seducente dove perdersi per sempre. Perch\u00e9 ogni opera d\u2019arte, infine, \u00e8 il doppio inquietante di chi abbiamo amato e amiamo, o di chi <em>vertiginosamente<\/em>\u00a0un giorno all&#8217;improvviso ameremo.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" title=\"La donna che visse due volte - Trailer\" width=\"1200\" height=\"675\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/zR8KEH0m-N4?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p><strong>Fino all\u2019ultimo respiro (Jean-Luc Godard, 1960)<br \/>\n<\/strong><strong>Ritratto di Irene Cahen d\u2019Anversa (Pierre-Auguste Renoir, 1879-80)<br \/>\n<\/strong>Delizioso dipinto\u00a0su commissione, ora a Zurigo, il <em>Ritratto di Irene Cahen d\u2019Anversa<\/em> di Renoir, in <em>Fino all\u2019ultimo respiro<\/em>, \u00e8 uno dei poli della tenzone tra immagine del desiderio del cinema e la mitopoiesi della pittura. Ed \u00e8 cos\u00ec che, in una semplice\u00a0scena, quella in cui Patricia, pressata dalle richieste di Michel che vorrebbe che ella lo\u00a0seguisse prima nel talamo e poi in una fuga romana,\u00a0appende a una parete una piccola riproduzione di quel celebre dipinto, il cinema ci permette di scorgere\u00a0il suo segreto irrisolto celato nello spazio vuoto tra il volto della protagonista e l\u2019esile sguardo di Irene dipinto da Renoir, una misteriosa ferita alla Lucio Fontana che la ragazza\u00a0affronta con baldanza, chiedendo all&#8217;uomo (e, come se fosse riflessa nello specchio della strega di Biancaneve, a noi tutti) chi tra le due immagini sia mai la pi\u00f9 bella (e la pi\u00f9 vera).<br \/>\nIl cinema \u2013 arte del montaggio \u2013 come taglio sulla tela dell\u2019inquadratura, allora; linea invisibile che scorre poi, fino all\u2019ultimo respiro, dal pollice sulle labbra di Bogart a quelle di Belmondo e, infine, come se fosse una malattia contagiosa, nella sequenza finale, su quelle di Jean Seberg, ridisegnandone, davanti\u00a0alla morte, la forma sulla traccia disperata del desiderio. Perch\u00e9 il cinema, in fondo, \u00e8 destinato solo a farci perdere perch\u00e9 esso \u00e8 il passaporto falso per i sogni, la verit\u00e0 d\u2019ombra di L\u00e1szl\u00f3 Kov\u00e1cs nascosta dietro la maschera di Michel Poiccard. Il cinema \u00e8\u00a0l\u2019ultimo respiro del sorriso di Patricia prima della Fine. Il cinema \u00e8 voler essere l\u2019altro. \u00c8 diventare l\u2019altro. Il cinema, come la grande pittura, \u00e8 morire dell\u2019altro.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" title=\"\u00c0 bout de souffle (Trailer)\" width=\"1200\" height=\"900\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/w2hDR_e1o1M?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p><strong>F come falso (Orson Welles, 1974)<br \/>\n<\/strong><strong>Il falso Matisse dipinto da Elmyr de Hory<br \/>\n<\/strong>Film di continui rimandi, falsi indizi, riflessi, <em>F come falso<\/em> combina, in un impianto suadente eppure freddamente concettuale, il vero al verosimile, la finzione al documentario, ponendosi come uno dei testi cardini del cinema come riflessione sull\u2019ontologia dell\u2019immagine.<br \/>\nIn un cinema che si prefigge cos\u00ec di narrare la tensione, sempre esistente, tra oggetto e sua riproduzione, l\u2019esperienza del falsario Elmyr de Hory che velocemente, davanti alle telecamere della BBC, riproduce un credibilissimo ed entusiasmante Matisse, riducendone l\u2019aura a una serie di gesti riproducibili, diventa segno dei tempi. E, come appena dieci anni prima, in un doloroso autodaf\u00e9 del linguaggio, bruciava la pellicola in <em>Persona<\/em> di Ingmar Bergman (incendio che nasceva da un\u2019altra, ancor pi\u00f9 dolorosa testimonianza di sacrificio: quello del bonzo in fiamme dell\u2019inizio del film del maestro svedese, perch\u00e9 il cinema \u00e8 anche carne), cos\u00ec alla fine Elmyr de Hory\u00a0dar\u00e0\u00a0fuoco alla sua opera (vera? Falsa?), in una rilettura ironica del momento esiziale del Frenhofer balzachiano.<\/p>\n<p>https:\/\/youtu.be\/fuhuZS-NMDw<\/p>\n<p><strong>Boy meets girl (Leos Carax, 1984)<br \/>\n<\/strong><strong>Le tele\u00a0gettate\u00a0nella Senna<br \/>\n<\/strong>Una donna con la figlioletta in fuga da un uomo. Un\u2019ultima telefona e un ultimo alterco e, poi, un gesto iconoclasta di costei, che, di quell\u2019uomo che l\u2019ha fatta soffrire, getta via nella Senna poesie e dipinti&#8230;<br \/>\nPoi <em>Boy meets girl<\/em>, meraviglioso esordio di Leos Carax, diventa altro. Molto altro. Diventa un rito di passaggio. Anzi, diversi riti di passaggio. Come quello segnato dalla trasformazione del fazzoletto di Desdemona, che in <em>Otello\u00a0<\/em>\u00e8 la voce deittica a indicare quale prova della colpa, a &#8220;schermo&#8221;, su cui proiettare la falsa prova dell\u2019orrore del tradimento, dettato invece dall&#8217;errore della <em>visione<\/em> (e <em>Blow Up<\/em> \u00e8 sempre l\u00ec a insegnarci tutto, perch\u00e9 l&#8217;occhio erra, spazia, sbaglia, sull&#8217;immagine). In <em>Boy meets girl<\/em> il meccanismo del falso indizio della tragedia shakespeariana \u00e8 cos\u00ec sostituito da un foulard perso dalla donna che ha gettato via i dipinti all&#8217;inizio, foulard che,\u00a0raccolto\u00a0dall&#8217;amico che l\u2019ha tradito con la donna che ama, il protagonista Alex, vistolo\u00a0tra le mani, glielo strappa, conservandolo gelosamente\u00a0come fosca reliquia dei suoi sentimenti lesi.<br \/>\nIl cinema come errore. Il cinema come doppio fallace (<em>eidolon<\/em>). E <em>Boy meets Girl<\/em> \u00e8 proprio un film sul cinema come doppio, ma ancora di pi\u00f9, sull&#8217;amore come doppio (e sulla doppiezza dell\u2019amore), se \u00e8 vero che una delle scene fondamentali (e un po\u2019 trascurata) \u00e8 quella in cui Alex va a fotocopiare le lettere d\u2019amore scritte per la donna che gli ha spezzato il cuore (a proposito, ma davvero: di chi sono le lettere d\u2019amore? Di chi le scrive o di chi le riceve? Forse \u00e8 in questo dubbio che si cela il segreto del sentimento), scena in cui Alex trova posto a una macchina fotocopiatrice solo dopo aver atteso che una coppia di gemelli \u2013 una sorta di anticipazione tematica dal montaggio interno all&#8217;inquadratura, e perturbante presenza del <em>doppio-nel-mondo<\/em> \u2013 gli lasci la postazione, e dove le pareti sono completamente ricoperte di specchi, che ci restituiscono i doppi rovesci di tutti i personaggi presenti nel\u00a0frame, segnando un momento determinante che, nella sua carica ironica e spiazzante, attenta all&#8217;aura dell\u2019unicit\u00e0 e dell\u2019esclusivit\u00e0 del discorso amoroso, restituendocelo nel riflesso fuorviante del gi\u00e0 stato, del gi\u00e0 visto.<br \/>\n<em>La signora di Shanghai<\/em> ai tempi della Xerox? Meglio: l\u2019arte e l\u2019amore ai tempi della loro riproducibilit\u00e0 tecnica. E, a questo punto, \u00e8 chiaro che aveva\u00a0ragione la donna in fuga dell&#8217;inizio del film: la pittura\u00a0non serve pi\u00f9 a niente. \u00c8 meglio, allora, che tutti i dipinti del mondo si gettino nel fiume.<\/p>\n<p>https:\/\/youtu.be\/eSuWMMx3Nf0<\/p>\n<p><strong>Un\u2019altra donna (Woody Allen, 1988)<br \/>\n<\/strong><strong>Speranza (Gustav Klimt, 1903)<br \/>\n<\/strong>Sin dal titolo, il pi\u00f9 bergamaniano dei film di Woody Allen ci dice della dicotomia feroce della natura umana e, linguisticamente, della doppiezza dell\u2019immagine cinematografica. E nella frase chiave della voce del pensiero di Marion Post (che nel cognome ha il marchio a fuoco del passato), che si\u00a0chiede \u00abse il ricordo \u00e8 qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto\u00bb, possiamo\u00a0tranquillamente sostituire il sostantivo astratto \u201cricordo\u201d con il pi\u00f9 astratto dei sostantivi: \u201ccinema\u201d, e avere cos\u00ec il segreto del film.<br \/>\nUna delle sequenze pi\u00f9 eloquenti di <em>Un\u2019altra donna<\/em> trova nei rapporti sintattici delle associazioni oniriche un simbolismo calligraficamente in debito con l\u2019incipit di <em>Persona<\/em>, quando ci presenta, in un unico momento, una fiera in gabbia (la libido repressa, che pare uscita da un fotogramma del precedente <em>Cat People<\/em> di Paul Schrader), una maschera bianca (un brandello polito, immacolato e lascivo, invece, di un film non ancora girato: <em>Eyes Wide Shut<\/em> di Kubrick) e poi i dettagli di un quadro, prima dell\u2019apparizione dei fantasmi del passato (che un solo movimento di macchina scopre in fondo alla stanza della nostra coscienza). Quel quadro \u00e8 un dipinto del 1903 di Gustav Klimt, <em>Speranza<\/em>, ora alla National Gallery a Ottawa, in Canada, che diventa la misura del mondo di Marion, perch\u00e9 la donna ritratta, la modella Herma, che mostra, pudica e insieme selvaggiamente sensuale, la nudit\u00e0 della sua gravidanza, \u00e8 la promessa, a dispetto del <em>memento mori<\/em> della corona di scheletri sullo sfondo, dell\u2019<em>altra donna<\/em> che la protagonista, pur nel dolore incancellabile della memoria di un aborto voluto ma che ella non si perdona, dopo il viaggio introspettivo dentro se stessa e nel film, come se nascesse di nuovo, diverr\u00e0. Origine del mondo, infatti, la piega nascosta del fulvo crine del delta di Herna, su cui Marion indugia, promette ancora l&#8217;umida gioia della vita.<br \/>\nQuando Marion incontrer\u00e0 Hope, la donna di cui, nell&#8217;appartamento accanto al suo, ha ascoltato le confidenze fatte durante le sedute di\u00a0analisi, costei star\u00e0\u00a0piangendo proprio davanti alla riproduzione di quel dipinto,\u00a0<em>Speranza<\/em> (Hope, appunto, in inglese). Marion allora, le dice di aver avuto la fortuna di vedere quel quadro <em>da vicino<\/em> e,\u00a0a quel punto, svelate le divergenze sui sentimenti che il dipinto suscita in loro (Hope lo trova triste, l&#8217;altra donna, no),\u00a0lo scontro tra memoria e simulacro restituir\u00e0 chiaro il tema centrale: il conflitto, cio\u00e8, tra la presunta autenticit\u00e0 del presente e l\u2019aura volatile e incerta del ricordo che, in una parola, \u00e8 l\u2019esercizio linguistico della pittura e, da pi\u00f9 di un secolo, anche del cinema, ma, in altre parole, \u00e8 soprattutto la prova che il ricordo (e il cinema) \u00e8 qualcosa che hai <em>perch\u00e9<\/em> qualcosa hai perduto.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" title=\"Another Woman Trailer\" width=\"1200\" height=\"900\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/ruYS5m79e9w?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p><strong>Sogni (Akira Kurosawa, 1990)<br \/>\n<\/strong><strong>Campo di grano con volo di corvi (Vincent van Gogh, 1890)<br \/>\n<\/strong>La premessa teorica da cui, nel suo disegno estetico, B\u00e9la Bal\u00e1zs partiva era che il cinema \u00e8 lo strumento di espressione artistica capace, letteralmente, di portare lo spettatore \u201cdentro\u201d l\u2019immagine. In <em>Il film<\/em> cos\u00ec si legge: \u00abLa trasformazione decisiva, e storicamente pi\u00f9 significativa, introdotta dal cinema in campo estetico, \u00e8 questa: non soltanto ci ha mostrato altre cose, ma ce le ha mostrate in modo diverso, eliminando dalla consapevolezza dello spettatore la distanza interiore fra lui e l\u2019opera, che fino allora costituiva l\u2019essenza dell\u2019espressione artistica\u00bb.<br \/>\nIn <em>Sogni<\/em>, Akira Kurosawa, nell\u2019episodio <em>Corvi<\/em> dedicato a van Gogh, sembra partire proprio da qui, per poi finire col raccontarci pi\u00f9 precisamente\u00a0della <em>sostituzione<\/em> del cinema alla funzione <em>spaziale<\/em> della pittura, partendo da un quadro che, per certi aspetti, pu\u00f2 essere indicato come l\u2019\u201cultimo dipinto possibile\u201d prima della travolgente rivoluzione delle avanguardie storiche. Rivoluzione linguistica e <em>spaziale<\/em>, se \u00e8 vero che, da l\u00ec in poi, anche la pittura arriver\u00e0 a porsi quesiti sui confini angusti della superficie e sull\u2019<em>abitabilit\u00e0<\/em> del suo impianto.<br \/>\nQui il racconto dell\u2019\u201cultimo dipinto possibile\u201d \u00e8 nella traiettoria nera, come piccole ferite di pece, del\u00a0<em>Campo di grano con volo di corvi<\/em> di Vincent van Gogh.<br \/>\nDipinto nel 1890, il celebre olio dell\u2019artista olandese \u00e8 l&#8217;esempio perfetto per segnare il passaggio (eppure, evidentemente, mai definitivo) tra la pittura e il cinema, che proprio in quegli anni andava mettendo a punto il suo dispositivo spettacolare e mitopoietico. In quest\u2019ipotesi non \u00e8 un caso allora che l\u2019attore chiamato a recitare il ruolo di van Gogh sia Martin Scorsese, cio\u00e8 un regista cinematografico, e non \u00e8 un caso che nella scena onirica dell\u2019incontro tra il sognatore e l\u2019artista, che parte da un museo, rapido come il tempo che passa inesorabile, sfrecci poi davanti a noi una locomotiva\u00a0a vapore che, di l\u00ec a poco, con l\u2019arrivo del treno alla stazione di La Ciotat, segner\u00e0 la nascita definitiva dell\u2019invenzione dei Lumi\u00e8re.<br \/>\nIl volo dei corvi di van Gogh diventa cos\u00ec presagio dell\u2019ultimo\u00a0viaggio\u00a0della pittura, nella cui scia c\u2019\u00e8 gi\u00e0 l\u2019ombra vaporosa del cinema. E, infatti, la frase chiave della sequenza \u00e8 quella dell\u2019uscita di scena di van Gogh\u00a0il quale, tele ancora immacolate sotto al braccio, come piccoli, candidi schermi cinematografici gi\u00e0 stretti a s\u00e9, rivolto al sognatore dice: \u00abIl sole mi costringe a dipingere\u00bb. Ed \u00e8 una dichiarazione della pittura che verr\u00e0, ossia del cinema, nuovo dispositivo di sogni e di incubi, <em>dipinti<\/em>\u00a0appunto dalla luce.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" title=\"Kurosawas Dreams Van Gog\" width=\"1200\" height=\"900\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/TgSIRjyQOgA?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p><strong>La bella scontrosa (Jacques Rivette, 1991)<br \/>\n<\/strong><strong>Gli accenni dei nudi incompiuti dipinti da Michel Piccoli nei panni di Edouard Frenhofer<br \/>\n<\/strong>Adattamento molto libero da <em>Il capolavoro sconosciuto<\/em> di Honor\u00e9 de Balzac, <em>La bella scontrosa<\/em>, gi\u00e0 dalle ascendenze letterarie, si presenta come testo paradigmatico dei rapporti tra pittura e cinema.<br \/>\nIntanto, quello che \u00e8 ancora pi\u00f9 evidente \u00e8 un\u2019idea di direzione degli attori come esplicito kamasutra e un andamento\u00a0scopertamente\u00a0erotico dei lenti movimenti di macchina di Rivette quale reinterpretazione delle forme sinuose del corpo del desiderio (Marianne ha qui l\u2019irraggiungibile bellezza di Emmanuelle B\u00e9art).<br \/>\nBalzac ci insegna che le linee (il contorno delle cose, i confini del corpo) non esistono e l\u2019unica opera d\u2019arte possibile \u00e8 quella non finita, perch\u00e9 l\u2019unico amore possibile \u00e8 l\u2019amore infinito. Su questo solco,\u00a0il Frenhofer di Balzac \u00e8 il precursore inevitabilmente incompreso dell&#8217;astrattismo in pittura, mentre quello di Rivette \u2013 come gi\u00e0 lo Scottie de <em>La donna che visse due volte<\/em> \u2013, \u00e8 il drammatico e impotente inventore di forme, che ci accompagna nella vertigine definitiva: la feroce scoperta che il nostro desiderio \u00e8 sempre e solo la paradossale e vana imitazione della creazione artistica e non del mondo reale, come invece, erroneamente si crede, dove la natura fittizia dell&#8217;<em>eikon<\/em> svela la sua natura inquietante e fallace dell&#8217;<em>eidolon<\/em>.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" title=\"La belle noiseuse - Trailer.mov\" width=\"1200\" height=\"900\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/A9ox6Tr8S8I?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p><strong>Lo spacciatore (Paul Schrader, 1992)<br \/>\n<\/strong><strong>La merlettaia (Jan Vermeer, 1669-70) (e un nudo di Francesco Clemente\u2026)<br \/>\n<\/strong>In una delle pareti della stanza dell\u2019albergo di Marianne Jost (per capire chi \u00e8 costei, basterebbe riflettere allo specchio la J del cognome per avere Lost) dove, dopo anni dallo loro separazione, insospettabilmente lei e John LeTour finiscono col fare l\u2019amore, su\u00a0una grande stampa che sovrasta i loro corpi nudi, \u00e8 riprodotta\u00a0<em>La merlettaia<\/em>, uno dei capolavori di Jan Vermeer e, come dicevamo a proposito di <em>Un chien andalou<\/em>, cartina di tornasole dell\u2019insofferenza delle avanguardie\u00a0nei confronti della\u00a0Storia.<br \/>\nLa quotidianit\u00e0 laboriosa e la pudicizia di gesti sapienti e mesti del soggetto del dipinto contrastano qui in maniera patente con la sensualit\u00e0 malata dei due amanti de <em>Lo spacciatore<\/em>, uno dei film pi\u00f9 complessi di Paul Schrader. E tra Marianne e John, lo spazio del non detto (un amore finito \u00e8 il cimitero di milioni di parole che sarebbe meglio tenere sepolte per sempre) stride con la memoria distante di quello che \u00e8 stato, amplificata, fino a diventare dolorosa, nella grandezza irraggiungibile della compostezza gigantesca dell\u2019arte veermeriana.\u00a0Schiacciate da quell&#8217;immagine ipertrofica, l\u2019amore e le altre miserie umane diventano bricioli irrilevanti, come i\u00a0riflessi di luce rossa che investe quei corpi e che all\u2019alba si spegneranno per sempre. Perch\u00e9, a differenza della donna di <em>Un chien andalou<\/em>, che, gettando via il\u00a0dipinto di Vermeer, si libera dei rapporti grammaticali di causa ed effetto della realt\u00e0, con un semplice gesto, i due protagonisti de <em>Lo spacciatore<\/em> non solo non si emancipano, ma ne sono letteralmente <em>sovrastati <\/em>e<em> schiacciati. <\/em>Perch\u00e9 l&#8217;arte, e meno che mai il cinema, non salva nessuno&#8230;<br \/>\nMa c\u2019\u00e8 anche un altro dipinto in questo film, che non siamo\u00a0certo poter attribuire a Francesco Clemente, ma che pure saremmo pronti a giurare che sia suo. \u00c8 un nudo maschile, contorto in una posa \u00e0 la Egon Schiele, sulla parete in fondo alla camera di Tis Brooke, uno dei migliori clienti di Anne, spacciatrice per cui lavora John LeTour, davanti al quale appare improvvisamente Marianne strafatta. L\u2019appartamento \u00e8 in un lussuoso condominio di un complesso edilizio nel cuore di Manhattan, dall\u2019evocativo nome \u201cGrace towers\u201d, in cui\u00a0Marianne\/Mary decide\u00a0repentinamente di suicidarsi,\u00a0lanciandosi nel vuoto. Marianne, nel rovesciamento dell\u2019Ascensione mariana, cade cos\u00ec letteralmente dalla Grazia, ma l\u2019annunciazione di quel corpo avvilito e maciullato, intradiegeticamente, viene letteralmente\u00a0anticipato da un dipinto, ossia da quel sofferente nudo di Francesco Clemente, un Ecce Homo grottesco che, nelle pieghe dei suoi colori acidi e distanti, gridava gi\u00e0 la disperazione della effimera caducit\u00e0 della condizione umana, rivelandoci, ancora una volta, il segreto di tutta l&#8217;arte: tendere all&#8217;eterno, sapendo di essere polvere e, nel caso del cinema, ombre e sogni disegnati dal sole.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" title=\"Light Sleeper - Trailer - (1992)\" width=\"1200\" height=\"900\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/RtwI2U0CiIA?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cinema \u00e8 la proiezione del mondo, ombra di una falsa memoria, particolare fuorviante, qui pro quo dell\u2019oggetto. E nulla \u00e8 pi\u00f9 oggetto dell\u2019oggetto d\u2019arte, che vive solo nel momento in cui lo si vede, ossia facendolo oggetto della visione, che \u00e8 poi la prassi del cinema. \u00c8 B\u00e9la Bal\u00e1zs ad aver scritto, nel suo &#8230; <a title=\"Quadri da un\u2019esposizione. Conflitti tra cinema e pittura in 10 film\" class=\"read-more\" href=\"https:\/\/www.pigrecoemme.com\/blog\/quadri-da-un-esposizione\/\" aria-label=\"Per saperne di pi\u00f9 su Quadri da un\u2019esposizione. 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