L’immortale di Marco D’Amore – La recensione del film

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Marco D’Amore dirige e interpreta il suo primo lungometraggio, uno spin-off dedicato a Ciro Di Marzio. Il suo personaggio aveva esaurito ogni velleità nell’ultima stagione di Gomorra, la macro-storia criminale più seguita d’Italia; miracolosamente, però, Ciro è sopravvissuto: la punizione è proprio la vita. L’immortalità non si presenta come un dono, ma come una condanna.

L’immortale è un esperimento nuovo, mai testato prima in Italia: un film che si colloca tra la quarta e la quinta stagione di una serie tv: Gomorra. Una cosa del genere è stata realizzata per X-Files e per il MCU che si snoda tra film e serie, ma mai nel nostro paese, il che rappresenta un segnale di ripresa.

L’immortale svela un altro aspetto che spesso si fatica a comprendere: Gomorra non è solo un’indagine sociale, è anche e soprattutto una narrazione, un racconto di esseri umani, di anime: quella di Ciro Di Marzio è un’anima sola, complessa, che non si è mai concessa il lusso di apprezzare la bellezza né ha mai dato sfogo alle emozioni. Ciro Di Marzio è la rappresentazione di un unico sentimento: l’ambizione. Un’ambizione talmente forte da essere anteposta a qualsiasi altra cosa. Questa bramosia pian piano si spegne, e si manifesta il bisogno di porre fine a questa vita di sofferenze. La morte, però, è un privilegio troppo grande per lui.

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La pellicola è una ricostruzione di un personaggio ed è per questo che si presenta come un’opera intima: Ciro, in fondo, resterà per sempre un orfano abbandonato a se stesso. Marco D’Amore riscrive e approfondisce l’estetica di Gomorra: nonostante la morte sia la protagonista indiscussa di tutta la serie (si contano circa millecinquecento morti), mettere in scena un racconto non significa tradirne l’etica. L’immortale non è la classica elegia criminale: proprio Marco D’Amore, che ha interpretato a teatro molti personaggi mossi da sentimenti meschini come Iago di Shakespeare, ha deciso di mostrare il lato più umano di Ciro Di Marzio, un uomo divorato dal rimorso e distrutto dalle sue stesse azioni. Il regista approfondisce, quindi, un’anima nera, fornendo allo spettatore degli aspetti inediti e lasciando volutamente altri in sospeso, permettendo al pubblico la possibilità di concludere il discorso. Ciro Di Marzio sa leggere gli sguardi, anticipa le mosse degli altri, ma non parla, proprio perché comunicare vuol dire connettersi con gli altri e la paura (vengono mostrate varie declinazioni di questo sentimento nel film) di distruggere ogni cosa glielo impedisce.

È un racconto oggettivo, senza patetismi, che mostra come un’ambizione scellerata, sfrenata nasconda un’anima tormentata che gode del dolore, del male fatto a se stesso. Insistere poi, sull’infanzia dolorosa di Ciro, non è una giustificazione per le azioni criminose, quanto piuttosto una chiarificazione di un aspetto ancora non noto (seppure facilmente intuibile): Ciro Di Marzio ha vissuto la sua esistenza a metà tra il timore di perdersi e di perdere tutto e la violenza di volersi prendere quello che non si ha con tutti i mezzi (leciti ed illeciti). Quello di Marco D’Amore è un film di destini segnati, di morti e tradimenti: Ciro Di Marzio, che viene mostrato sia come uomo che come criminale, ha scelto il Male perché lo ha sempre conosciuto a fondo, perché si è sentito più a suo agio a vivere con la violenza e la paura.

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