Bangla di Phaim Bhuijan – Recensione del film

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Bangla

Ventitré anni, un Globo d’oro e un Nastro d’argento: Phaim Bhujian, originario del Bangladesh, è protagonista, sceneggiatore e regista di Bangla e candidato al David di Donatello come miglior regista esordiente.

La pellicola racconta proprio la storia di Phaim, un giovane musulmano di origine bengalesi nato in Italia: un italiano, quindi, ma anche un bengalese. Con ironia, ma soprattutto autoironia, la pellicola esordio di Phaim racconta una storia d’amore che deve riuscire a conciliarsi con le ferree regole dell’Islam. L’intento del film, che con sapiente oculatezza non è stato eccessivamente caricato politicamente, è quello di raccontare una realtà di fatto ancora oggi poco conosciuta (o forse ignorata). Phaim, pur essendo integratissimo nella sua comunità di appartenenza (più Tor Pigna che Italia), non rinnega le sue origini; anzi, l’appartenenza a due culture è un valore aggiunto, un’occasione per poter guardare il mondo con due punti di vista differenti.

Il contrasto sesso/fede è centrale in Bangla. Come si può riuscire a coniugare i rigidi valori della cultura islamica con una società che non si dimostra (nella maggior parte dei casi) in grado di recepirli? In un momento storico così particolare, poi, Bangla assume un’importanza ancora più grande: è necessario affrontare argomenti come lo ius soli – questione fortemente dibattuta – e come l’integrazione culturale e politica. L’autenticità dell’opera scaturisce proprio dalla genuinità del regista che non azzarda accostamenti con grandi cineasti e prova a suscitare emozione raccontando la propria esperienza privata. Non potrebbe essere più idonea l’espressione: “Buona la prima!”. Bangla è un’opera fresca, che non fa pesare l’impegno politico ma riesce a trattare di politica ugualmente, in modo libero, creativo e naturale.

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