10 horror diretti da donne

Theda BaraBarbara SteeleBarbara ShelleyJamie Lee CurtisSimone Simon: l’horror sembrerebbe non poter fare a meno dei personaggi femminili, di volta in volta in ruoli di temibili minacce o di scream queen. In entrambe le tipologie, tuttavia, è evidente lo sguardo maschile dietro la mdp che vede la donna, sempre di volta in volta, come pericolo o come bersaglio della propria violenza. Le cose cambiano nello slasher anni ’70/’80 che annovera, tra gli elementi che lo caratterizzano (come ci rivelano Marco Greganti nel suo Slasher, pubblicato per i tipi della NPE edizioni, o Carol Clover nel suo saggio Men, Women and Chainsaws: Gender in the Modern Horror Film), la Final Girl ovvero l’eroina che si salva nell’epilogo. Allo stesso modo, Isabel Cristina Pinedo, nel suo Recreational Terror: Women and the Pleasures of Horror Film Viewing afferma che l’horror contemporaneo non degradi la donna, ma in qualche modo costituisca addirittura un incoraggiamento a lottare contro i propri mostri per vincere una sottomissione prima culturale che fisica. Quelli presi in considerazione in questa playlist sono horror che non solo hanno donne come protagoniste, ma sono diretti da donne e, nella maggior parte dei casi, usano il genere per affrontare tematiche inerenti il corpo e la condizione femminile. Buona lettura.

1 – XX di  Karyn Kusama, Jovanka Vuckovic, St. Vincent, Roxanne Benjamin

Nella recente riproposizione horror della formula a episodi (già esaminata in una precedente playlist) mancava il film diretto da sole donne. Ci pensa la casa di produzione XYZ con questa operazione riuscita sebbene alterna nei risultati (ma non lo sono un po’ tutti i film a episodi?). Mentre The Box di Jovanka Vuckovic Her Only Living Son di Karyn Kusama (regista anche del dimenticabile, pur essendo interessante nell’ottica di uno sguardo femminile nell’horror, Jennifer’s Body scritto da Diablo Cody e dell’ottimo The Invitation) si segnalano per la indubbia riuscita (insieme con il corto animato che fa da collante, diretto da Sofia Carrillo, di cui potete vedere sotto Prita Noire, con un occhio a Švankmajer e uno a Guillermo Del Toro) e le tematiche che, come vedremo proseguendo nella lettura, ricorrenti quali la maternità e il cannibalismo, The Birthday Party della cantautrice Annie Clarck, meglio nota come St Vincent, e Don’t Fall di Roxanne Benjamin (già coinvolta in un precedente omnibusSouthbound) sembrano non andare oltre il divertissement e l’esercizio di stile sul genere.

https://www.youtube.com/watch?v=AYEbthCSZ7U

2 – Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow

Definita la regista “con le palle”, Kathryn Bigelow è nota per aver diretto film testosteronici normalmente prerogativa di registi di sesso maschile. Ha il merito di aver fatto capire che una donna può girare anche un horror, un thriller, un action, un war movie. Negli anni ’80, dopo aver esordito con The Loveless, in cui è evidente la sua nascita artistica come pittrice, ridisegna il vampire road movie grazie ad un copione impeccabile di Eric Red (che negli stessi anni scrive l’altro cult The Hitcher), ma senza la necessità di ricorrere, per distinguersi dai colleghi uomini, alle future lentezze indie della Xan Cassavetes di Kiss of the Damned. Insieme con Mary Lambert (regista di Pet Sematary) e Amy Holden Jones si afferma in un genere “virile”, ma senza volerne piegare le coordinate a tematiche gender. 

3 – American Mary di Jen e Sylvia Soska

Le premesse teoriche nobili della body art nell’evoluzione postorganica di una Orlan hanno finito con lo sconfinare nel trend, il body-mod, spesso pratica priva di consapevolezza. Corna aggiunte come se fossero tatuaggi o piercing, biforcazione della lingua, multiple operazioni chirurgiche per assomigliare, di volta in volta, a Ken, a Barbie, a Justin Bieber. Le sorelle canadesi Soska immergono questo horror, tra il mito di Frankenstein e il revenge movie, nel mondo sommerso di questi nuovi aspiranti freak. Sebbene non privo di un nerissimo senso dell’umorismo, la doppia presenza femminile, dietro la mdp, si fa sentire nell’atmosfera romantica che pervade la pellicola nonostante la crudezza delle situazioni e nell’idea (da femminismo della terza onda, come affermano le gemelle registe) che le donne possano diventare autonome solo possedendo la propria sessualità fino al punto di negarla perché “una bambola può stare nuda senza mai sentirsi timida, imbarazzata, sessualizzata, denigrata“.

https://www.youtube.com/watch?v=2vICehR-H00

4 – The Slumber Party Massacre di Amy Holden Jones

Sarà pur vero, come sostiene Marco Greganti nel suo libro, che nello slasher l’ “eroe è femmina”, ma resta il fatto che trattasi di genere quasi sempre scritto e diretto da uomini. Anzi, fin dalla nascita (che viene fatta risalire a Halloween di John Carpenter, si pensi all’omicidio commesso da Michael Myers nell’incipit), si mostra anche reazionario (il villain uccide peccatori e peccatrici e la Final Girl di solito è la più virtuosa del gruppo). Data la premessa, più che il Nightmare 6La fine diretto da Rachel Talalay, è Slumber Party Massacre a distinguersi in quanto scritto (Rita Mae Brown) e diretto (Amy Holden Jones) da donne (caratteristica che verrà mantenuta anche nei due sequel: Slumber Party Massacre II scritto e diretto da Deborah BrockSlumber Party Massacre III scritto da Catherine Cyran e diretto da Sally Matison) . Che le due autrici guardino con distacco ironico al genere è dimostrato nella scena in cui uno dei personaggi, Valerie, guarda in tv la sequenza slasher di Hollywood Boulevard, commedia firmata da Joe DanteAllan Arkush e dal fatto che dimostrino scarso interesse alla mitopoiesi del villain, piuttosto anonimo. Ciò che importa loro è la costruzione di un mondo narrativo popolato, fondamentalmente, da donne che possono fare a meno degli uomini (Valerie  e la sorella Courtney). La simbologia fallica, decisamente lapalissiana, dell’arma del killer, un trapano, è ulteriormente sottolineata dal fatto che la sua fine sarà segnata dalla “castrazione” (Valerie con un machete taglia la punta del trapano) e dalla successiva penetrazione. Per il resto, sia chiaro, il film è uno slasher vero e proprio, con recitazione ai minimi sindacali, effetti rozzi e psicologie assenti.

5 – The Love Witch di Anna Biller

Non è certo un segreto che l’ortodossia cattolica ha frequentemente tacciato di stregoneria e condannato al rogo donne viste come minacce sessuali. La protagonista di The Love WitchElaine (look da Elvira), una strega lo è davvero, ma una strega in cerca d’amore, disposta a tutto, ma che si rende conto subito di quanto poi l’uomo sappia essere morboso. Anna Biller, così come nei suoi lavori precedenti, ha molto a cuore l’aspetto visivo dei suoi film. Gira in 35 mm con un occhio a Russ Meyer e uno a Kenneth Anger e un’attenzione particolare a costumi e scenografie. La pecca forse è che se ne compiace talmente da non riuscire a tagliare alcune lungaggini rinunciabili.

6 – A Girl Walks Home Alone At Night di Ana Lily Amirpour

La Amirpour artisticamente cresce in America (dove si è trasferita con la famiglia, dall’Iran nel 1992 e dove studia alla UCLA), ma curiosamente sembra inserirsi in una nouvelle vague horror iraniana apolide che ricomprende anche il Babk Anvari di Under The Shadow e la famosa Marjanne Satrapil’autrice di Persepolis, che dopo le trasposizioni da due sue graphic novelPersepolisPollo alle prugne, ha debuttato in America coll’horror grottesco The Voices con Ryan ReynoldsGemma Arterton. Il suo debutto, A Girl Walks Home Alone At Night, girato negli Usa, ma recitato in farsi, è definito dalla sua autrice “the first iranian vampire spaghetti western“. Il bianco e nero rimanda più a Jim Jarmusch e al Ferrara di The Addiction che all’espressionismo e la regista dimostra grande capacità di creazione di immaginario convertendo, ad esempio, il classico chador da indumento mortificante la femminilità a mantello quasi da supereroe.

7 – The Babadook di Jennifer Kent

La difficile condizione della monogenitorialità materna è alla base di diverse regie femminili horror (dall’episodio Her Only Living Son di Karyn Kusama, compreso in XX, a Prevenge di Alice Lowe, in cui la regista/protagonista ha approfittato proprio della sua gravidanza per portare a termine questo low budget, passando per Goodnight Mommy codiretto da Veronika Franz la quale pesca a piene mani da un immaginario horror d’essai, tra Georges FranjuRobert Mulligan). Per gli Americani si tratta ormai di un sottogenere che definiscono Maternal Horror Film (in cui vanno ricompresi il classico Rosemary’s Baby o l’iraniano Under the Shadow passando per La madre dell’Andrés Muschietti del nuovo It).  L’australiana Jennifer Kent lo declina in una forma che guarda alla favola ed all’espressionismo con un pizzico del Polanski di Repulsion. Ciò che ne risulta è un film molto bello che spaventa senza far sentire stupido lo spettatore, ma soprattutto approfondisce le dinamiche di un senso di colpa materno conseguenza di una richiesta di perfezione che è proprio di una società maschilista.

8 – The Lure di Agnieszka Smoczyńska

Dalla Polonia giunge questo musical horror, rivisitazione fedele, priva di edulcorazioni disneyane, della fiaba di AndersenLa sirenetta. L’elemento horror è garantito da Golden, la sorella che non si innamora e che si ciba degli amanti di ambo i sessi, e dall’operazione di trapianto di gambe (decisamente tanto splatter quanto sopra le righe). I numeri musicali sono quasi una copia pirata di quelli di Baz Luhrmann, ma tutto sommato, il film si lascia guardare.

9 – Raw di Julia Ducournau

La mantide religiosa, l’insetto che divora il maschio dopo l’amplesso, rappresenta l’archetipo del femminile freudiano in cui l’istinto vitale dell’Eros si accompagna a quello distruttivo e autodistruttivo del Thanatos. Anche Salvador Dalì rappresentò il rapporto tra lui e la moglie Gala Éluard Dalí in un’opera intitolata Cannibalismo d’autunno. L’esordiente francese Julia Ducournau coniuga il cannibalismo col coming of age di un’adolescente, tanto più significativo in quanto si configura come atto di ribellione nei confronti del vegetarianesimo familiare. La sicurezza della regista fa sì che il registro del film passi disinvoltamente dal college movie, col suo corredo di vessazioni, scherzi, feste, all’horror splatter più cruento senza mai perdere di vista il tema del percorso iniziatico della protagonista. La fame di carne è una palese metafora della scoperta del sesso, ma il sorprendente epilogo di cui è protagonista l’attore feticcio di Fabrice du Welz, il Laurent Lucas indimenticato protagonista di Calvaire, rimescola le carte in modo decisamente inquietante.

10 – Dans ma peu di Marina de Van

La new wave horror francese degli anni zero del Terzo Millennio (Alexander AjaXavier GensBustillo MauryPascal Laugier) ha avuto nella sola Marina de Van una rappresentante femminile (mentre solo ora si affacciano altre autrici come la Ducournau e la Coralie Fargeat del recente Revenge). Sia in questo film che nel successivo Non ti voltare, la de Van mostra influenze cronenberghiane (mentre nei successivi PollicinoDark Touch si assesta su registri meno freudiani). In particolare, nel suo esordio, anche interpretato, l’autolesionismo della protagonista è indice di una dissociazione psichica (esplicitata dall’uso dello split in una delle sequenze cardine finali o, più palesemente, nell’allucinazione durante la cena di lavoro) sintomo di una malattia sociale derivante dalla difficoltà di collocare la propria identità, il proprio genere, il proprio corpo nel mondo abitato. I riferimenti dell’autrice (che, ricordiamo, ha cominciato sceneggiando i primi film di François Ozon) non si fermano al cinema di Cronenberg o di Tsukamoto (Tetsuo), ma recuperano anche suggestioni artistiche della body art (da Trademarks di Vito Acconci alle foto di Antoine d’Agata. Sebbene non possa definirsi un horror sovrannaturale, la visione di Dans ma peu è disturbante quanto sarebbe auspicabile per ogni pellicola del genere.

https://www.youtube.com/watch?v=-Q38GuQNNfs

 

4 commenti su “10 horror diretti da donne”

  1. Complimenti per aver scelto, tra gli altri, film come Babadook e A girl walks home alone at night. Alcuni film della lista però li devo assolutamente recuperare! Quest’anno, anche se più vicino al Rape-and-Revenge, è uscito Revenge della francese Coralie Fargeat, con una pazzesca Matilda Lutz. Una sorta di rivisitazione del filone, generalmente dominato dagli uomini, da parte di una donna. Non male.

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    • Ciao e grazie per i complimenti. Quando ho stilato la playlist, Revenge non l’avevo visto pur conoscendolo. Successivamente ho recuperato e ho scritto quanto segue:
      “Cosa fa di Revenge un’opera a suo modo significativa? In fondo cosa ha di diverso da un Bitch Slap, da un Faster, Pussycat, da un Non violentate Jennifer? Revenge è diretto da una donna, Coralie Fargeat, ecco cosa ha di diverso. Perché nel cinema conta sì l’oggetto dello sguardo, ma anche il soggetto. È lì che si gioca la partita. È per il soggetto dello sguardo che possiamo dire che, a dispetto del titolo, più che di Rape & Revenge trattasi di Survivor Movie. La protagonista, un’incredibile Matilda Lutz, sopravvive in un mondo di maschi sopraffattori modificando anche il suo di sguardo verso il suo corpo, cauterizza la ferita di una società fallocratica e prova a muliebrizzarla intervenendo sul corpo maschile che diventa tela per performance post organiche di Body Art alla Orlan. Tela su cui opera dei tagli alla Fontana (sull’orbita oculare, sotto a un piede) che alludono all’organo femminile. Direte: ma non è solo exploitation? No, non lo è. “Le donne devono sempre fare una fottuta lotta”.”

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