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Sin
City (Usa
2005) regia: Robert Rodriguez e Frank Miller (special guest director
Quentin Tarantino)
con Bruce Willis, Mickey Rourke, Jessica Alba, Benicio Del Toro,
Rosario Dawson
Frank Miller è uno degli scrittori fondamentali del tardo Novecento
occidentale e, ancor più, uno degli scrittori fondamentali per capire
il tardo Novecento occidentale. Almeno quanto lo è Stephen
King.
Ma come lo scrittore King, anche l'autore di fumetti Miller, quando direttamente
coinvolto, non ha un rapporto straordinariamente proficuo con il cinema.
Forse perché - com'è avvenuto anche per un autore italiano
quale Tiziano Sclavi, - l'influenza del linguaggio cinematografico sul
proprio stile, una volta che si cimenta e poi diventa evidentemente cinema,
perde la potenza e lo splendore delle contaminazioni da cui quello stile
sarebbe nato.
Non fa eccezione questo Sin City, tratto dalla vertiginosa serie Dark
Horse con la quale Miller ha scritto il definitivo romanzo epico dell'Hard
Bolied,
ora da lui stesso adattato, e in parte diretto, con Robert
Rodriguez e
Quentin Tarantino (in un delizioso cameo registico che cita a piene mani
da Voglio la testa di Garcia di Sam
Peckinpah). A dirla tutta, l'onestà generale
dell'operazione è evidente e va dato il merito a Rodriguez, più fan
che autore, di aver condotto con una certa brillantezza di fondo elementi
fin troppo eterogenei (e di aver dato corpo ad una bella intuizione: lo
sfruttamento brillante e coerente dell'icona degli anni Ottanta Mickey
Rourke con le sue devastazioni - e la sua fittizia ricostruzione plastica,
- fisiche e psichiche, quale simbolo della distruzione del sistema sogno-americano
e, per metafora, dello Star System che pure, come Ellroy ci insegna, è sempre
una traccia profonda ed opaca del Noir. Marv, il suo personaggio, infatti, è pur
sempre colui a cui, sebbene alla fine, capita la stramaledetta occasione,
promessa dorata del sogno americano nell'incontro esiziale della donna
del Fato che, guarda caso, si chiama Gold... ie). Pensa a Carpenter l'approccio
rinascimentale di Rodriguez (che qui firma anche la fotografia e le musiche),
e ha momenti anche di introspezione più ragionati rispetto al fumetto,
come, ad esempio, nel rapporto, ad un certo momento ambiguo tra John Hartigan
e la giovane Nancy, ma non riesce a restituire la livida disperazione delle
tavole milleriane che vivono, dell'illusione abbacinante del falsamente
salvifico bianco del campo della carta, e della claustrofobica e violenta
presenza di velenose pennellate d'inchiostro nero che tutto copre, ma non
il dolore dei personaggi e l'asfissiante disperazione delle strade di Basin
City, Babele perversa senza Epos, e solo rinvigorita - famelica e vampirica
- dei pochi tocchi del rosso vivo del sangue delle ferire letali e del
lipstick lucido delle puttane.
Storyboard e comics coincidono, ma i media restano diversi. E Rodriguez (con Miller che non fa molto di più che adattare le battute dei
balloon al dialogico filmico) si è illuso della stessa illusione
del Caravaggio jarmaniano, ovvero che l'inquadratura possa essere riproduzione
iconica del già estetico. Si dovrebbe tornare a Godard, allora,
e alla necessità di pensare l'inquadratura come un atto morale e,
sempre, come un commento. Qui commento non c'è. Ed allora ci teniamo
volentieri il fumetto, tra l'altro nelle edicole italiane riproposto, in
questi mesi, in una bella serie economica. Perché il film Sin
City è solo
un ibrido irrisolto, crasi mostruosa tra cinema che non è cinema
e fumetto che non è fumetto che finisce per restituire di entrambi
i linguaggi soltanto uno sterile rovesciamento di ruoli e modi, etimologicamente,
cioè, di entrambi il lato "perverso".
(Corrado
Morra) |
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