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The Manchurian Candidate (Usa 2004) di Jonathan Demme con Denzel Washington, Meryl Streep, Liev Schreiber, Jon Voight, Bruno Ganz

Ormai Demme alterna l'attività di documentarista (attendiamo l'uscita di The Agronomist) a quella di remaker. Dopo The Truth About Charlie, riproposta concettuale in salsa nouvelle vague di Sciarada di Stanley Donen, tocca ora a Va' e uccidi, thriller fantapolitico del 1962 firmato John Frankenheimer. Questa volta c'è poco da fare gli intellettuali. Il prototipo, così come il romanzo di Richard Condon da cui era tratto il copione (e che la Fanucci prontamente ha rieditato), era già tosto di suo e piombò come un fulmine a ciel sereno nel panorama cinematografico dei '60, specialmente tenuto conto che, di lì a poco, l'omicidio di Kennedy gli avrebbe conferito a posteriori un'aura tristemente profetica. I tempi son cambiati: allora Manchurian alludeva all'etnia degli autori del lavaggio cervello cui era stato sottoposto Raymond Shaw, sebbene a cercare di trarne profitto fossero la madre ed il patrigno per "liquidare" un avversario di sinistra; oggi è il nome di una corporation in grado di pilotare risultati elettorali. E non si tratta dell'unico cambiamento apportato in questa nuova versione. Nessuno è di poco conto, anche se va rilevato che sono variazioni di script più che di regia (nonostante sia opera di Daniel Pyne e Dean Georgaris, responsabili finora, il primo di Al vertice della tensione ed il secondo degli sciagurati copioni di Lara Croft Tomb Raider - La culla della vita e di Paycheck). Ad un procedimento di induzione psichica operato dal nemico viene sostituito una manipolazione della memoria finanziata da una multinazionale americana; il killer ed il candidato confluiscono nello stesso personaggio (quindi è Shaw a presentarsi alle elezioni); la madre di Shaw (una Meryl Streep luciferina quasi quanto in She-Devil) non si limita a stare dietro le quinte, ma è lei stessa senatrice; la formula con cui le personalità dei soldati vengono neutralizzate non è più il bizzarro "regina di quadri", ma una triplice domanda relativa all'identità dell'interessato (il che per un processo di spersonalizzazione è un inquietante escamotage). Al termine del film resta un'impalpabile sensazione di disagio derivante dalla constatazione che oggi, come e più di allora, The Manchurian Candidate è terribilmente attuale.

(Rosario Gallone)

 

La copertina del libro di John Marks che, prendendo spunto dal romanzo di Condon,delinea una spaventosa storia della manipolazione psichica ad opera della CIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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