Top Trash Made in Italy – 10 scult italiani

Ancora una playlist di un nostro allievo. Ancora una playlist di Giovanni Masturzo. Dopo quella sui luoghi più comuni dell’horror, ecco quella sui 10 titoli imprescindibili del trash nostrano. Buona lettura.

L’estate è sopraggiunta da un pezzo e non sapete come riempire le vostre serate? Siete fuori dalle “liste” dei locali più in mentre ripiegare sul falò vi sembra un’idea troppo ninety? Niente paura, abbiamo la soluzione per voi. Acquistate alcool e schifezze per un valore pari a quello della vostra gioia di vivere, chiamate a raccolta i vostri più cari amici e mettete su una rassegna dedicata al top del trash nostrano degli ultimi 40 anni. Non resterete delusi, fidatevi. Il detto “ridere a crepapelle” si vestirà di nuove e grottesche sfaccettature.

1 – La croce dalle sette pietre di Marco Antonio Andolfi

Avete mai visto un lupo mannaro girare nudo, con in testa una maschera pelosa e senza la benché minima parvenza di decoro? No? Allora non vi siete mai imbattuti in La croce dalle sette pietre. Gravissimo. Parliamo di un capolavoro trash che – da solo – meriterebbe un saggio da 18 tomi. Autore: Marco Antonio Andolfi, in arte Eddy Endolf.
Bypassando la trama, che vede protagonista un licantropo impegnato nell’affrontare il clan di Totonno o’ Fetentone pur di recuperare una croce preziosa, La croce dalle sette pietre (titolo al quale il sommo Marco avrebbe preferito L’uomo lupo contro la camorra) vive di fama imperitura. I motivi non sono semplicemente ascrivibili alla rozzezza della messa in scena e ai relativi momenti scult, ma risiedono in tutto ciò che concerne il prima e il dopo. Realizzato con i finanziamenti statali dell’art.28, il film è uscito in appena due sale siciliane. Secondo Endolf, tale gioiellino fu opzionato dalla Fox, che fu poi “obbligata” a preferirgli Platoon, perché reduce dall’Oscar. Ma non finisce qui; del film ne esiste una nuova versione (Talisman, 2007) con immagini di disastri naturali e carestie buttate a caso, seguito dal sequel Riecco Aborym, obbrobrio di 27 minuti dove un attempato Endolf recita un paio di battute tra vecchie scene rimontate in loop. Chapeau.

2 – Il bosco 1 di Andrea Marfori

Sinossi: Andrea Marfori compra una steadycam oltreoceano e decide di usarla a cazzo di cane. Il plot potrebbe esser sbrogliato in modo rapido e indolore, eppure – (s)fortunatamente – Il Bosco 1 è anche altro. Nasce quale tributo (e stupro) all’horror La Casa e, visto l’assurdo titolo, come pretestuoso capostipite di una saga, destinata a implodere dopo appena un capitolo. Marfori dipinge una pietra miliare del trash, segnando in un sol colpo il suo debutto e addio alle scene. Ce n’è per tutti i gusti: personaggi astrusi, accenti improbabili, inseguimenti a zig zag e alcuni momenti nonsense da pelle d’oca. Due a caso:
1 – Il protagonista, a cui sono state appena mozzate le mani, attende tranquillamente l’arrivo dell’acqua fresca(?).
2 – Uno zombie ingegnoso arpiona Coralina Cataldi Tassoni usando una canna da pesca.
Da non sottovalutare il sottofinale preannunciante un sequel che – a distanza di 31 anni – spero qualcuno abbia il coraggio di girare.

3 – Trolls 2 di Claudio Fragasso

Premessa: nel 1986 John Buechler dirige Troll, modesto fantasy che riscuote un discreto successo in patria. Quattro anni dopo la Filmirage di Massaccesi, esperta nel girare sequel fittizi, si prende la briga di sfornare un secondo capitolo, dirottandolo versa una piega horror. Come se non bastasse – per apparire più figa – se ne va negli States a girarlo, affidandosi ad attori e addetti ai lavori americani, tutti inequivocabilmente di quart’ordine. I protagonisti del film sono i folletti verdi del titolo – cugini cheap dei gremlins – che mettono a soqquadro l’adolescenza del piccolo Josh, arrivato con la famiglia nella bucolica cittadina di Nilbog (leggerlo al contrario), nonostante gli stoici e onirici tentativi di dissuasione perpetrati dal nonno defunto. A dispetto di un prodotto nel complesso opinabile, alcuni momenti splatter funzionano bene, eppure ciò non è stato sufficiente per evitargli l’etichetta di film orrendo, tanto da diventare negli States uno dei must del trash e guadagnarsi un documentario nel 2009, The Best Worst Movie. Titolo ineccepibile.

4 – Grazie, Padre Pio di Amedeo Gianfratti

Napoli: il bello e dannato Jo Donatello deve pagare lo scotto del suo amore per la conturbante Cinzia Profita – lavorando come pilota di corse clandestine – al soldo del mefistofelico boss Don Franco. Il padre Gigione, pur di strappare il figlio dalle maglie della malavita, s’affiderà alla bontà di Padre Pio. Seppur da catalogare come mediometraggio (40’), Grazie Padre Pio entra di diritto – e a piedi uniti – nel novero di quei prodotti trash impossibili da dimenticare. Musical? Dramedy? Action? Noir? Thriller? Niente di tutto ciò o perfetta summa di un secolo di cinematografia? Ai posteri l’ardua sentenza. A noi basta soffermarci sui tanti messaggi al vetriolo di cui si fa portatore uno script memorabile, tra i quali spicca una frecciatina di caratura internazionale: l’incessante elogio alla “gente che combatte per la libertà” sa tanto di pepata allusione alla questione palestinese. Insomma – oltre ad avere tutte le carte in regole per essere un trash da deridere in compagnia – Grazie Padre Pio sarebbe da annoverare nella lista dei film da vedere in pullman verso Pietralcina, sperando Padre Pio non vi faccia ruzzolare in un burrone.

5 – Virus – L’inferno dei morti di Vincent Dawn

Nuova Guinea: all’interno di una centrale atomica un ratto tarantolato morde un addetto ai lavori; l’uomo, dimenandosi teatralmente, sblocca una valvola e libera una fuga di gas tossico. Lo sciagurato gesto darà il via all’epidemia zombie. A una squadra di SWAT bifolchi il compito di salvare l’umanità.
Bruno Mattei, alias Vincent Dawn, è il regista d’emergenza degli anni ’80, perché capace di trarre il massimo da budget irrisori, e pazienza se tale impresa sia compiuta scopiazzando e adoperando spezzoni presi da altri film (la parte centrale è estrapolata per intero da Nuova Guinea, l’isola dei cannibali). Il suo stile è anarchico da qualsiasi angolazione lo si osservi; la planimetria narrativa non ha alcuna affinità col concetto di logica, in un bizzarro rollercoaster senza capo né coda. Che poi il film sia la versione frullata dello Zombi (1978) di Romero, dal quale ruba l’intera colonna sonora dei Goblin e svariate trovate – il raid dell’incipit, il caos creato dai media e gli stessi personaggi – è soltanto l’ultimo dei problemi. Occhio: sceneggiatura di Claudio Fragasso.

6 – Paganini Horror di Luigi Cozzi

Una rock band tutta al femminile vive un periodo di crisi a causa di una forte carenza di idee (ma soprattutto di talento) sin quando l’amico Daniel riesce ad accaparrarsi uno spartito composto – udite udite – da Niccolò Paganini. Senza esitare, il gruppo opta per una rivisitazione in chiave rock del brano, ambientando il video all’interno della villa appartenuta al celebre protagonista. La Casa del Sol diviene teatro di un pacchiano eccidio messo in atto dallo spirito di Paganini addobbato, quest’ultimo, come un fantasma dell’opera ai servigi di Luigi XIV°. Al cospetto di un’idea umile ma onesta, il film dilapida il suo già esiguo potenziale affidandosi a una raccapricciante sceneggiatura dove spiegoni gratuiti vanno avvicendandosi a responsi scientifici degni di Discovery Channel: “Questa muffa la conosco, è un fungo che cresceva soltanto nel ‘700 su alcuni tronchi del Nord Europa, che servivano a produrre i violini più pregiati come gli Stradivari”. Lo spauracchio Paganini che si discioglie dopo esser stato investito da un raggio solare, è un finale degno di cotanta assurdità.

7 – Delirio di sangue di Sergio Bergonzelli

Dopo la morte della moglie Christine, pianista un filino ossessionata dal Delirium di Brahms, il pittore Saint Simon piomba in stato confusionale. A risollevare le sorti dell’uomo – umilmente definito “La reincarnazione di Van Gogh” – giunge la dolce Sibille (fotocopia della moglie defunta). La giovane donna lascia il suo ridicolo fidanzato per trasferirsi nel castello del pittore che intanto, coadiuvato dal suo necrofilo braccio destro, ha scovato il colore perfetto: quello del sangue. L’encomiabile illuminazione fa da ouverture a una carneficina dove, in un’epifania di tette e culi, a mancare è proprio l’emoglobina. Ciò che abbonda sulla bocca degli stolti, e soprattutto su quella dell’aiutante Gordon Mitchell, è il nudo femminile, che tradisce alla perfezione i trascorsi storici di Bergonzelli. Tra palpeggiamenti continui e divaricamenti di gambe c’è anche il tempo di infilarci qualche dialogo allegorico: peccato che la metafora delle fiammelle venga elargita a intervalli regolari, e ogniqualvolta con le stesse identiche parole.

8 – Alex l’ariete di Damiano Damiani

Per un ragazzo cresciuto negli anni ’90, Alberto Tomba era più che un semplice sportivo; il carabiniere dalla faccia di bronzo rappresentava il perfetto connubio tra classe e potenza. Personaggio a tutto tondo, con o senza scii ai piedi. Che la sua fama da divo sia risultata letale come il sole per Icaro? Fatto sta che alle soglie del 2000 “Tomba la bomba” abbandona le piste innevate e fa il suo debutto al cinema, diretto da Damiano Damiani. Alex l’ariete nasce come pilota di una serie poliziesca mai prodotta e finisce per divenire prima epitaffio del suo attore protagonista (e forse dell’intera arma dei carabinieri), poi manifesto del trash di inizio millennio. Sorvolando sull’espressività del nostro eroe, paragonabile a quella di una parete di tufo, il film è un susseguirsi di scambi di battute raccapriccianti e momenti di indicibile ilarità, da vedere e rivedere in slo-mo. Una scena su tutte: nel tentativo di salvare l’inetta Michelle Hunziker da un branco di malviventi, Alex sfonda una porta rischiando di spezzarsi realmente la colonna vertebrale. 

Due anni dopo vide la luce Carabinieri; dalla padella alla brace.

9 – Le notti del terrore di Andrea Bianchi

Un vecchio studioso, con la barba da Ayatollah, rinviene una tavola in pietra raffigurante strani simboli. Neanche il tempo di lasciarsi andare ai più pomposi festeggiamenti che un’orda di zombi etruschi, risvegliatasi da un lungo sonno, lo sbrana. Il giorno seguente accorrono alla villa del professore svariati ospiti, invitati in precedenza senza un valido motivo. Ma il loro destino è già segnato; troveranno ad attenderli i morti viventi di cui sopra. Tra gli ingredienti di spicco di questo gustosissimo aborto, la parte del leone spetta all’intero cast e alle dinamiche che intercorrono tra i vari agnelli sacrificali. La prima parte è un potpourri di pudichi accoppiamenti tra commensali, puntellati da battute alquanto raffinate: “Mi piace quando fai la mignotta”. Poi, verso la mezz’ora, sale in cattedra il vero mattatore della storia; il piccolo Michael. Piccolo si fa per dire, dato che l’attore a interpretarlo è una specie di vetusto nanerottolo, un Willem Dafoe di 110 cm. La sua singolare bruttezza riesce a porre in secondo piano quelli che dovrebbero essere i veri protagonisti, ovvero gli zombi. Questi ultimi deambulano a rallentatore, fragili come il cartone, eppure sagaci nel mettere in difficoltà le prede; malgrado privo di occhi, uno di essi trafigge con una freccia la povera cameriera. Ottanta minuti di puro delirio.

10 – Troppo belli di Ugo Fabrizio Giordani

Nel viscido tentativo d’accalappiare frotte di ragazzine urlanti, la Medusa Film porta al cinema i bellocci del momento: Costantino Vitagliano e Daniele Interrante. I due ragazzi, passati alle luci della ribalta grazie a Uomini e Donne, sono i pionieri di quella che negli anni sarà una nuova forma di televisione destinata a spargersi a macchia d’olio, creata dal nulla sul nulla. Pura avvenenza, nessun talento. E il film ce lo conferma, in maniera spietata. Il livello recitativo tocca il nadir della decenza: gli addominali dei due appaiono più espressivi degli stessi proprietari. Eppure la sceneggiatura sciorina un pregio destinato a rendere felici tutti i detrattori: Costantino e Daniele vengono truffati per l’intera durata della storia facendo la figura degli ebeti. Non una magra consolazione se abbinata al totale fiasco al box office. C’è da chiedersi se – 12 anni dopo – le allora ragazzine urlanti si stiano passando una mano sulla coscienza.

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Profilo redazionale. Pigrecoemme è la prima scuola di cinema, televisione e fotografia di Napoli.

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