Successo per l’incontro con Angelo Curti al Pan

Angelo Curti e Francesco NapolitanoSi è tenuto ieri, Martedì 2 ottobre 2007 alle ore 18,00 il terzo incontro del secondo ciclo di I film della mia vita, un’iniziativa della Mediateca Santa Sofia del Comune di Napoli realizzata in collaborazione con la Scuola di Cinema e Televisione Pigrecoemme. Il produttore di Teatri Uniti, Angelo Curti, uno degli uomini chiave di quel che si suol definire “Il nuovo cinema napoletano” ha mostrato e dimostrato quali sono i film che lo hanno folgorato sulla strada di Damasco. Si è andati, nella più totale libertà (come è giusto che sia quando sono le passioni ad essere protagoniste), dal Bergman di Luci d’inverno al Wilder di Viale del tramonto fino a Così parlò Bellavista passando per Il mistero Picasso di Henri-Georges Clouzot.

Anche questo appuntamento, come i precedenti due con il critico Alberto Castellano e l’attore Renato Carpentieri, è stato un successo. Circa centoventi persone hanno affollato una sala della capienza di circa cinquanta e molte si sono mostrate disposte a rimanere in piedi pur di assistere all’incontro. C’è quindi fame di cultura a Napoli ed in particolare fame di cultura cinematografica. Un’affluenza tanto più incredibile in un momento in cui da più parti il Pan viene attaccato (vedi l’articolo di Vincenzo Trione su il Mattino del 25/9 scorso) perché in grado di attrarre una media di appena trenta visitatori al giorno. Forse non è un problema di struttura o di gestione della struttura quanto, come sostenuto dallo stesso Trione, di politica culturale. Sarebbe il caso, allora, di pensare a darLe (alla cultura cinematografica) una sede adatta: una casa, un appartamento, un albergo, un palazzo (magari proprio il Roccella)?

Ah, dite la vostra, e non dimenticate l’appuntamento con Ugo Gregoretti, martedì 9 ottobre 2007, sempre alle 18.00, sempre al Pan
🙂

Lezione di sceneggiatura alla Fnac

Corrado Morra tiene una lezione di sceneggiatura alla FnacIeri. Primo pomeriggio. Il caldo indelebile della città di questo autunno pieno di calura e polvere. Terzo appuntamento della Scuola di cinema Pigrecoemme alla Fnac di Napoli. E tocca a me: presentazione del corso di sceneggiatura. Due i temi: come funziona una storia, l’idea di partenza di una fabula e il contesto assiologico, (eh, lo so che è brutta questa parola qui, ma fa perfettamente il punto) da una parte e l’obbligo della mostrazione (eh, sì, lo so che questa è ancora più orrenda, ma – perdonatemi – il fatto è che Deleuze è così dannatamente hype!) dall’altra.
La saletta è piccola, ma decisamente carina e bene attrezzata: proiettore, lettore dvd (discorso a parte meriterebbe l’involontaria comica finale di un mio goffo tentativo di far partire Psycho), un satanico microfono che una volta impugnato mi trasforma immediatamente e terribilmente in Julio Iglesias (non si scappa: la mia generazione, con un microfono in mano, prende automaticamente ed inesorabilmente la posa languida – mano morbida appoggiata sul cuore, ecco – del pirata-signore ispanico), pubblico attento e curioso.
Prima fa caldo. Poi no. Tra le stalattiti e le slugline, m i accorgo che l’aria condizionata è perfetta per qualsiasi remake di Dersu Uzala.
Due metri più in là, mentre sono ancora sul palco, scorgo una mia vecchia amica che, fuori della saletta, sta visitando, lì alla Fnac, la bella mostra fotografica lì allestita. Non la saluto.
Il discorso va sulle due strategie di ogni sceneggiatore: la drammaturgia della messinscena e del dialogico. Una ragazza del pubblico fa le domande giuste sull’ambiguità “cinematografica” del dialogico tirando in ballo l’antica querelle tra vero e verosimile. Ma la giovane la sa lunga e azzecca subito la citazione giusta tirando in ballo il santo Graal di chiunque il cinema lo voglia capire veramente e pure fare sul serio: “Il cinema secondo Hitchcock“, famosa e mai sufficientemente celebrata intervista al maestro inglese ad opera di François Truffaut. Le do ragione su tutta la linea (e come dare torto a Truffaut su qualcosa?) e, più o meno, senza altri turning point mozzafiato, l’appuntamento volge al termine. Il pubblico mi sembra soddisfatto. Almeno io lo sono, in maniera direttamente proporzionale al mio livello di assideramento.
Ho ancora un po’ di tempo. Scendo al piano di sotto. Compro un disco di Arthur Sullivan. Il “Pineapple Poll”. Ricordo che, ad un certo punto, da qualche parte lì dentro ci dovrebbe essere un movimento perfetto per la sequenza finale del film che, son due anni ormai, sto scrivendo. Si chiama “Il nome dei fiori”. Ma questa chiaramente, come sempre, è un’altra storia.