Napoli tra rappresentazione e autorappresentazione

napoli crupi

Stefano Crupi è di Caserta, è giornalista, ma soprattutto è autore di Cazzimma, suo romanzo di esordio, edito da Mondadori. Chi non l’ha letto, lo ricorderà per il titolo e per l’evocativa immagine di copertina: un ragazzo che pare emergere da uno specchio d’acqua con una sigaretta in bocca. La cazzimma è quella che, in questa sciagurata stagione calcistica, si dice non abbiano avuto i giocatori del Napoli, ovvero la capacità di cavarsela senza starsi a fare troppi problemi e, anzi, fregandosene anche del prossimo. Cazzimma parrebbe un romanzo come tanti perché, in fondo, parla di vite ai margini e di giovani attratti dal potere, quello del crimine organizzato. Ma Cazzimma non è Gomorra perché Stefano Crupi, in qualche modo, dà importanza ad una zona che, quasi mai, nelle cronache e nelle rappresentazioni di Napoli, viene riconosciuta: la zona grigia. Perché a Napoli non c’è solo la malavita e la faccia positiva, dualismo semplicistico al quale si finisce sempre col ricondursi quando c’è da raccontare e, soprattutto, da polemizzare sull’immagine di Napoli. C’è una larga fetta di popolazione che non vive di crimine, neanche indirettamente, ma per istinto di sopravvivenza ci è immersa, ne è sfiorata e se la fa scivolare addosso. Quella maggioranza di popolazione che, spesso, viene accusata di non indignarsi, ma che, in realtà, ha solo imparato l’inefficacia o la funzionalità a termine dell’indignazione. Sisto, protagonista del libro di Crupi, fa una scelta che non è radicale, come ci si aspetta sempre in un racconto che il mondo ci chiede sia morale; Sisto si allontana da un mondo criminale, ma non per abbracciare la legalità cieca. Per restare in quel limbo tutto partenopeo che è fatto di microinfrazioni di sopravvivenza: correre col motorino senza curarsi dei segnali stradali, acquistare dagli ambulanti senza che rilascino scontrino, accettare di pagare il parcheggiatore abusivo. Non si tratta di un’assoluzione, uno scrittore non è un giudice, ma semplicemente, tanto più se nasce cronista, un osservatore. Un osservatore che riporta. E Crupi riporta un mondo poco raccontato. Con Stefano Crupi, allora, abbiamo avviato una chiacchierata sulla rappresentazione di Napoli. Ve la proponiamo, certi che vi interesserà e vi coinvolgerà nel dibattito.

Cazzimma, di Stefano Crupi

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Rosario Gallone: Grazie di aver accettato di essere coinvolto in questa discussione. A Pigrecoemme ci occupiamo di cinema e comunicazione audiovisiva e, di recente, più di una volta, ci siamo ritrovati a discutere della rappresentazione di Napoli nel linguaggio audiovisivo. La prima osservazione che giro è la seguente. Napoli è comunque e sempre rappresentazione, sia quando si rappresenta la camorra sia quando si reagisce al racconto della camorra. Ricordo, tanto per fare un esempio, in occasione dell’assassinio di Davide Bifolco al Rione Traiano (assassinio del tutto immotivato, motorino rubato o meno), un’intervista ai genitori andata in onda durante Servizio Pubblico. Ecco lì il padre diceva di aver rubato in qualche occasione, ma per mangiare, mentre alle spalle aveva uno di quei frigoriferi da € 1500 che la maggior parte di noi si sogna. Anche in quel caso, e parliamo di servizio giornalistico, non di fiction, mi sembrò che noi stessi sappiamo come gli “altri” amano vederci e ci adeguiamo. Il padre di Davide, insomma, non restituiva la sua vera immagine, ma quella che sapeva che gli spettatori avrebbero gradito trovarsi di fronte. Non “era”, per farla breve, ma si rappresentava. 

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Stefano Crupi

Stefano Crupi: Quei napoletani che criticano fortemente gli scrittori rei di raccontare solo una certa Napoli sono gli stessi che si crogiolano spesso dietro a una rappresentazione folcloristica, macchiettistica se vogliamo, della città, esaltandone tratti caratteristici e positivi che però, non me ne vogliano, io ho sempre trovato stucchevoli oltre che irrealistici e anche un po’ ipocriti. Ogni rappresentazione della città sconta il prezzo della sua limitatezza, credo che questo sia inevitabile, ma ciò non deve essere considerata un’esclusione quanto piuttosto una messa a fuoco. Gli scrittori, gli artisti in generale, si concentrano sull’aspetto che ritengono più interessante per ragioni spesso a loro oscure e da quell’aspetto ne sono ossessionati, per questo lo studiano, lo sviscerano, per mostrarlo, alla fine, attraverso la particolarità del loro sguardo. Anche per me è avvenuta la stessa cosa. C’era una certa gioventù napoletana con cui ero entrato in contatto e della quale mi aveva colpito la mentalità tanto diversa dalla mia. Una volta individuato ciò di cui volevo parlare mi serviva trovare il modo giusto per farlo, lo stile più efficace perché il racconto fosse coinvolgente e sconvolgente. A suggerirmelo fu proprio un ragionamento sulla rappresentazione: volevo scrollarmi di dosso ogni retorica, ne ero stanco, saturo. Avrei narrato i fatti nudi e crudi lasciando ai lettori la libertà di assumere una loro personale posizione morale.

R.G.: Boicottare le riprese di una fiction, Gomorra, ma essere lieti di L’oro di Scampia, girato da Marco Pontecorvo e che ricostruisce la storia di Maddaloni (padre dell’olimpionico Pino), secondo me dimostra tutta l’incapacità, anche da parte di chi dovrebbe educare alla visione, di leggere un testo, in questo caso audiovisivo. Ogni narrazione abbisogna di un punto di vista e se scelgo di raccontare un territorio da un punto di vista socialmente negativo scelgo quello dei Savastano, mentre se voglio un punto di vista positivo scelgo quello di Maddaloni.

Gomorra - La serie Tv

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Ciò che non si vede è che queste due narrazioni raccontano lo stesso territorio e non territori diversi. Perché un territorio che elegge ad eroe un semplice istruttore di judo che apre una palestra, è un territorio problematico, lo stesso raccontato in Gomorra, ma dal punto di vista di un camorrista. Quanto poi al raccontare fatti di sangue, beh sono quelli che da sempre esercitano l’attrattiva maggiore. Una fiction sulla mia quotidianità? Pur essendo il sogno di Zavattini, probabilmente sarei il primo a non vederla.

S.C.: Conferma che sia un territorio problematico, anche il fatto che molti desiderino nascondere sotto il tappeto questa sua problematicità. Ma in realtà il problema è un altro e parte da un assunto completamente fuorviante: si chiede all’arte di essere edificante, pedagogica, e all’artista di fare da pubblicitario e propagandista, cosa che come hai detto tu suona davvero anacronistica (oltreché antiestetica). L’arte per me porta sempre con sé qualcosa di disturbante, che lascia un segno, perché ci trascina laddove la nostra realtà, la nostra quotidianità mai potrà portarci. Ci affascina la violenza, ci affascinano i personaggi violenti perché attraverso di loro diamo sfogo, per le poche ore della lettura o della visione cinematografica, alla nostra immaginazione, diamo voce ai nostri istinti più bassi. Ci mettiamo nei loro panni ben sapendo che nella realtà mai li indosseremo. Il lato oscuro insomma, verso il quale torniamo sempre con lo sguardo dopo averlo distolto solo per un attimo disgustati.

R.G.: E torniamo alla centralità della rappresentazione. Ovvero il problema esiste solo se rappresentato. Se non lo si rappresenta, puff… sparisce.

S.C.: Nella nostra società la percezione è quella. Non a caso ogni fatto di cronaca sembra attirarne decine di altri molto simili: un uomo fa uccidere la moglie da un sicario e i telegiornali si popolano di uxoricidi. È il modo televisivo di rappresentare la realtà che ci è entrato nel dna, modificando anche la nostra memoria, ossia la nostra capacità di trattenere queste notizie. Tutto scorre rapido e non lascia il segno, perché siamo sempre più anestetizzati, indifferenti. La letteratura invece parla un altro linguaggio, è capace di entrarci sottopelle più lentamente. Inoltre a mio avviso non deve giudicare, non deve porsi presuntuosamente su un piedistallo (come alcuni scrittori ahimè invece fanno abitualmente) per indicare la via da seguire. Come scrittore non mi sento all’altezza di questo compito, per questo a chi me lo chiede rispondo di essere un semplice narratore, uno che racconta storie, senza la presunzione di essere né una guida né uno con le soluzioni in tasca.

R.G.: Eppure sembrava ci fossimo arrivati. Ed all’improvviso siamo tornati indietro. Mi spiego. Pino Daniele diceva “e nui tirammo annanz che rulore è panze
e invece e c’aiutà c’abboffano è cafè”, mentre
Troisi non solo rivendicava la possibilità per un napoletano di andare lontano dalla propria città senza dover essere per forza emigrante, ma in un film, forse sottovalutato, come No grazie, il caffè mi rende nervoso (che già nel titolo contiene una dichiarazione di sfida all’antropoleografia partenopea e, non per caso, era sceneggiato da Massimo Troisi ), il killer Funiculì Funiculà era ossessionato patologicamente dall’immagine classica di Napoli ed uccideva i portatori di rinnovamento, tra cui lo stesso TroisiAlla fine, pare quasi che Funiculì Funiculà abbia avuto la meglio, se da Pino Daniele siamo passati a Rocco Hunt e da Troisi a Siani (la responsabilità sui nomi di un certo decadimento della rinascita napoletana me la prendo io).

No grazie, il caffè mi rende nervoso

No grazie, il caffè mi rende nervoso

S.C.: Sinceramente a volte non capisco lo sforzo di trovare un’immagine che corrisponda alla “vera Napoli”. Però l’osservazione del killer Funiculì Funiculà è vera a metà: l’immagine folcloristica àncora al passato ma non uccide il rinnovamento, dà al rinnovamento un colore, una ricchezza, che però, se usata male, può diventare anche una schiavitù. Pino Daniele l’ha usata nel modo più giusto e geniale, e cioè con la contaminazione.

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Rosario Gallone

Docente di regia a Pigrecoemme
Rosario è tra i fondatori della Pigrecoemme, dove si occupa soprattutto del corso di regia e dell'organizzazione dei corsi. E' autore della sceneggiatura di Isa 9000 (mediometraggio con Isa Danieli diretto da Angelo Serio), del montaggio di documentari e della regia di alcuni cortometraggi.

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