Napoli Film festival 2015 Day 2: Durak di Yury Bykov

Durak al Napoli Film festival

Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il  capo per tutta la vita?
Platone, Opere, vol. II

Nel Mito della Caverna platonico l’uomo che tenta di liberare i prigionieri e  ricondurli verso la luce, per vedere non più solo l’ombra ma la verità delle cose è Socrate, e conosciamo bene il suo destino. Il destino del protagonista del film russo Durak (Il Pazzo) di Yuri Bykov, proiettato ieri pomeriggio al Grenoble, Institut français Napoli, nell’ambito della Rassegna Europa/Mediterraneo e già visto al Locarno Festival 2014, è solo in apparenza diverso. Dima Nikitin (Artem Bystov), idraulico che di notte studia per diventare ingegnere, ha ereditato dal padre un’onestà che lo fa schivo e silenzioso in un mondo saturo di parole urlate e di vendetta.

“Così ci affoghi con la tua onestà”,  urla la madre a una figura paterna debole ma integra, e anche la moglie di Nikitin sembra lontana dal suo mondo, dominato da una morale che aspetta qualcuno o qualcosa che le dia voce. E l’occasione si presenta quando, trovandosi a riparare i tubi di un dormitorio, Nikitin scopre una crepa che attraversa tutta la struttura e che la condurrà al crollo nel giro di poche ore. Quella crepa che divide l’edificio a metà è anche la crepa che lo separa dal resto del mondo, cui però si avvicina usando i suoi stessi mezzi per farsi ascoltare: le urla, le parole violate.  Si rivolge all’amministrazione, all’immagine della coscienza collettiva, ma in un mondo in cui la coscienza del singolo è stata annientata, quella collettiva non può che essere un’immagine vuota, un viso senza più occhi né bocca.

Ciò che sorprende di più osservando Nikitin è l’assoluta gratuità del suo sacrificio, un’apparente incoscienza infantile che gli rimprovera la madre: “Parli come un bambino, ma in che mondo vivi?”, che si trasforma in coscienza pura, in conoscenza del bene e del male priva di giudizi inquinanti e liberata dal fardello dell’autocoscienza.

Più volte viene definito idiota e pazzo, le stesse definizioni attribuite al Principe Myskin dell’Idiota dostoevskiano (e l’assonanza tra i due nomi non passa inosservata); ma qui l’innocenza delle azioni non è determinata da una cecità splendente, da un’assoluta bellezza emanante luce in un mondo di ombre e oscurità, bensì da una scelta precisa: è la conoscenza del bene, ma soprattutto quella del male a guidare Nikitin, spingendolo verso un sacrificio che suggella la sua fede nel genere umano.  Una fede gratuita e coraggiosa, verso un’umanità danneggiata e sporca, come quella che popola il dormitorio,  che si propone di informare e non più di educare.

L’esito dell’impegno socratico lo conosciamo, quello di Nikitin si manifesta in un finale che dopo un’orgia di parole violate, lascia spazio solo al silenzio.

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Laureata in Scienze filosofiche, Rossella Scialla si avvicina al cinema come redattrice di L'eco di Caserta. Successivamente frequenta il corso "Filmmaker" alla Scuola Pigrecoemme al termine del quale dirige uno degli episodi del corto collettivo "Nel girone invisibili".