L’autoremake in 10 (coppie di) film

autoremake

Perché rifarsi? Se, spesso, desta perplessità il remake, l’autoremake, in teoria, dovrebbe essere addirittura meno spiegabile. Cambiamenti di costume, progressi tecnici, lucro: questi i motivi più ricorrenti del remake. Ma anche dell’autoremake. Non vanno considerati quei film che in partenza (anche in Italia) si giravano in due versioni per due mercati diversi. E prima di passare in rassegna i nostri 10 esempi ecco cosa si inventò Orson Welles in F come falso a proposito di Picasso: “Un amico di un altro amico una volta mostrò a Picasso un Picasso. “No è un falso” rispose il pittore. Lo stesso amico si procurò un altro presunto Picasso e Picasso disse che anche questo era un falso. Se ne procurò un altro ma anche questo era falso, disse Picasso. “Ma Pablo”, replicò l’amico “ti ho visto con i miei occhi mentre lo dipingevi.” “Posso dipingere un Picasso falso al pari di chiunque altro”, rispose Picasso.“. Come sempre, quando si tratta del regista di Quarto potere, la capacità di pervasività rende tutti creduloni sicché Pietro Piemontese nel suo Remake edito da Castelvecchi cita questo aneddoto attribuendolo a Picasso, nell’incipit del capitolo dedicato all’autoremake.

1 – Un grande amore/Un amore splendido di Leo McCarey

Passare dal bianco e nero al technicolor (col quale la chioma rossa di Deborah Kerr ne guadagna) ed arricchire i dialoghi. Questi i motivi per i quali Leo McCarey rigirò nel 1957 (col titolo An Affair to Remember il precedente Love Affair del 1939. La versione del 1957 è più famosa e, di certo, Insonnia d’amore ha contribuito a farlo conoscere ben più di quanto abbia fatto il terzo remake del 1994: lo scipito A Love Affair di Glenn Gordon Caron, talmente dimenticabile che non si riesce neanche a tenere a mente come ultimo film in cui abbia recitato Katharine Hepburn.

2 – L’uomo che sapeva troppo (1934/1956) di Alfred Hitchcock

«La prima versione è stata fatta da un dilettante di talento, mentre la seconda da un professionista», così HitchcockTruffaut nel celeberrimo libro-intervista. A parte questo, sempre che non fosse una delle note boutade del regista inglese, ed escludendo differenze di location (Saint Moritz il primo e Marrakech il secondo) ed il rapporto b/n versus colore, il lavoro fondamentale di Sir Alfred si concentra su un diverso uso del tempo a scopo di suspense: concitato nel primo (dura 75′) ed estremamente dilatato nel secondo (che dura ben 45′ in più). Inoltre un particolare poco considerato è che nel secondo a scontrarsi sono sostanzialmente due coppie di sposi, mentre nel primo il villain è uno ed anche lombrosianamente caratterizzato da una cicatrice. Il male si annida dove meno ce lo aspettiamo o, a volte, la differenza tra bene e male è solo questione di sfumature sembra suggerirci il regista, in questo sì, forse, mostrando maggiore maturità.

3 – I dieci comandamenti (1923/1956) di Cecil B. De Mille

Pur essendo due kolossal, ciascuno per l’epoca in cui fu girato, confrontarsi col colore, il sonoro ed effetti speciali avveniristici, era sfida troppo importante perché una personalità come Cecil B. De Mille vi rinunciasse. Si tratta del suo più celebre autoremake, ma De Mille era recidivo avendo girato L’uomo Squaw  ben tre volte (nel 1914, suo esordio, nel 1918 e nel 1931).

4 – La calunnia/Quelle due di William Wyler

Nell’adattare il dramma teatrale The Children’s Hour in cui l’autrice, Lillian Hellman (la stessa di Piccole volpi trasposto sempre da Wyler sul grande schermo), nel 1934 trattava un tema tabu per la società americana come l’amore lesbico. Nel 1936 il regista fu costretto a ripiegare per il più conciliante (per la censura) triangolo (l’amore di una delle due insegnanti per il fidanzato dell’altra, ragion per cui il titolo originale è These Three) mentre, nella versione del 1961, fu finalmente possibile essere fedeli al testo, oltre che avvalersi della performance di due stupende attrici come Shirley MacLainAudrey Hepburn.

5 – Danza macabra/Nella stretta morsa del ragno di Antonio Margheriti

In soli 7 anni, l’apice e il tramonto dell’horror gotico all’italiana. Le differenze sono poche se escludiamo il colore versus il b/n e le star (FranciosaKinski) versus volti noti del genere (come Barbara Steele). Quasi l’apertura e la chiusura di una parentesi da parte dello stesso grande artigiano del cinema bis italiano, che, a dirla tutta, nel 1964 si trovò a sostituire Sergio Corbucci il quale col gotico, come dimostra la sua filmografia, non aveva dimestichezza.

6 – Crimen/Io non vedo, tu non parli, lui non sente di Mario Camerini

Anche Camerini fu un habitué dell’autoremake. Lo fece con Il cappello a tre punte poi rigirato col titolo La bella mugnaia ed anche con questo piccolo gioiello della commedia all’italiana (non a caso rifatto male dagli Americani, ne ’92 col titolo 7 criminali e un bassotto) che, dopo 11 anni, rifece quasi a voler benedire il passaggio di testimone dai vecchi ai nuovi “mostri” del nostro genere di maggior successo. Ma, nonostante un certo brio e la presenza, simbolica a dir poco, di Vittorio De Sica in un cameo, MontesanoNoscheseMoschin, bravissimi, non reggono il confronto con SordiManfrediGassman.

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Una scena di Io non vedo, tu non parli, lui non sente diretto da Mario Camerini nel 1971

7 – Due fuggitivi e mezzo/In fuga per tre di Francis Veber

I registi stranieri approdano ad Hollywood quando si fanno notare con un loro film. Capita che gli venga chiesto di girarne il remake, che, a questo punto, diventa autoremake. Volete dar loro torto? L’olandese George Sluizer rifa in America, col titolo The Vanishing, il suo Spoorloos, come Ole Bornedal che dalla Norvegia giunge nella mecca del cinema grazie all’autoremake di Nattevagten (che diventa Nightwatch con Ewan McGregorNick NoltePatricia Arquette). L’autoremake di Francis Veber, in questo senso, appare diverso in quanto il francese, nella fabbrica dei sogni, ci era già entrato da sceneggiatore (Veber è in assoluto l’autore europeo più remakato a Hollywood): i suoi Alto, biondo e… con una scarpa neraIl rompiballe Professione giocattolo (quest’ultimo anche diretto) erano diventati L’uomo con la scarpa rossa (di Stan Dragoti con un Tom Hanks agli esordi), Buddy Buddy (di nientemeno che Billy Wilder con Jack LemmonWalter Matthau) e Giocattolo a ore (di Richard Donner con Richard Pryor) e nel 1982 aveva scritto Lui è mio diretto da James Burrows. L’autoremake in questione resta un unicum nella sua carriera, avendo poi Veber diretto in America un solo altro film (Ma capita tutto a me? con Matthew Broderick, non scritto da lui, ma molto ispirato al suo stile) sebbene i suoi copioni abbiano continuato ad essere rifatti (Les compères/Due padri di troppo, Il vizietto/Piume di struzzo, La capra/È tutta fortuna, La cena dei cretini/A cena con un cretino).

8 – Funny Games (1997/2007) di Michael Haneke

La versione dell’autore è che ha accettato di rifare il suo Funny Games per la possibilità di farlo vedere a più spettatori in una versione in lingua inglese e con attori di richiamo. Noi non ci arrendiamo all’idea che un autore irreprensibile ed austero come Haneke abbia ceduto alla sirena della popolarità, soprattutto tenendo conto che nei dieci anni intercorrenti tra il prototipo ed il remake U.S. si è affermato (grazie a Saw ed a Hostel) il torture porn sicché il Funny Games, almeno sulla carta, avrebbe dovuto perdere la sua carica disturbante. Invece no e la chiave è tutta in quel rewind che già disorientava lo spettatore del 1997, messo di fronte alla riproducibilità della violenza nella società dello spettacolo. In fondo questo autoremake è proprio quello: una ri-produzione (identica all’originale, ma di segno diverso rispetto allo Psycho di Gus Van Sant che era mera operazione pop su un’opera d’arte), disturbante quanto l’originale, pur non presentando nessuna delle caratteristiche del porn (la violenza è fuori campo), perché il tema non è stato superato dai tempi, anzi. Noi spettatori vogliamo la violenza, ne siamo morbosamente attratti, tanto più se presenta le caratteristiche di gratuità tipiche dello spettacolo voyeuristico, anche se poi, per stare in pace con noi stessi, preferiamo spesso che ci sia una motivazione sociologica (particolare che i protagonisti Paul Peter prendono decisamente in giro).

9 – Ju-on (Tv)/Ju-on/The Grudge di Takashi Shimizu

Quando la filmografia di un regista si riduce ad un unico, interminabile, autoremake. Nel 2000, Takashi Shimizu dirige due film per la tv, Ju-on Ju-on 2. Nel 2001 dirige, in patria, un remake per il grande schermo e nel 2003 il remake del sequel. Nel 2004 arriva The Grudge, autoremake americano (ambientato in Giappone) e nel 2006 The Grudge 2. Tenuto conto che, essendoci dietro meccanismi più che sceneggiature, i sequel sono già di per sé autoremake apocrifi (come Desperado di Robert Rodriguez lo è non ufficialmente di El Mariachi), il signor Shimizu ha girato lo stesso film un numero infinito di volte. Nessuno di questi film è memorabile, come, d’altronde, la restante parte della sua produzione.

10 – Sei solo agente Vincent/Heat di Michael Mann

È un bene che la prima volta, causa budget risicato ed attori non all’altezza, a Michael Mann non sia venuto bene. Così abbiamo avuto Heat – La sfida. Erano i tempi in cui il cinema vinceva ancora sulla televisione quanto a mezzi e soldi investiti sicché l’autoremake può essere “bigger, larger, greater“.

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Rosario Gallone

Docente di regia a Pigrecoemme
Rosario è tra i fondatori della Pigrecoemme, dove si occupa soprattutto del corso di regia e dell'organizzazione dei corsi. E' autore della sceneggiatura di Isa 9000 (mediometraggio con Isa Danieli diretto da Angelo Serio), del montaggio di documentari e della regia di alcuni cortometraggi.

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