La Seconda Guerra Mondiale in 10 film.

dunkirk nolan

Il  31 Agosto sbarca finalmente in Italia il Dunkirk targato Nolan, cronaca ansiogena di uno degli episodi più pregni d’epica della Seconda Guerra Mondiale. Sulla spiaggia della cittadina francese l’esercito alleato si ritrovò in un vicolo cieco mentre alle porte di Dunkerque le truppe tedesche erano pronte a sferrare il colpo letale. Ma l’esitazione di Hitler e la mobilitazione di migliaia di civili –  partiti via mare dall’Inghilterra – diedero vita a un memorabile piano d’evacuazione che salvò la vita di 338.000 soldati. Il salvataggio, secondo gli storici, assunse fondamentale importanza nel bilancio finale del conflitto, divenendo simbolo della stoica resistenza britannica in un periodo a totale appannaggio tedesco.

Quella proposta di seguito non è una classifica dedicata ai migliori film sulla Seconda Guerra Mondiale, bensì una playlist mirata a restituire una dimensione storica dei sei anni più bui del XX° secolo.

Uomini, luoghi, eventi che niente meglio del cinema poteva consegnare alla storia.

Il Grande Uno Rosso (Samuel Fuller, 1980)

La prima divisione di fanteria statunitense, nota come The Big Red One, si ritrova protagonista dei momenti più significativi della Seconda Guerra Mondiale; dal Nord Africa alla Cecoslovacchia, passando per Sicilia, Normandia e Belgio. Una summa del conflitto che potrebbe far pensare a una banale apologia del sacrificio, a ingenti dosi di campanilismo, e invece Fuller (che la guerra l’ha vissuta da reporter) regala una visione cinica, antieroica. Non c’è spazio per facili moralismi, scorciatoie rassicuranti; il soldato senza macchia appare quale entità evanescente, fasulla. L’importante è salvare la pelle, costi quel che costi.

Il Pianista (Roman Polanski, 2002)

Prima vittima illustre della guerra lampo imbastita da Hitler, la Polonia vestì i panni di un cantiere sperimentale per i successivi (e abominevoli) progetti della Germania nazista. Non sembra accidentale che a Varsavia fu allestito quello che sarebbe rimasto – per l’intera guerra – il più vasto ghetto ebraico, nonché anticamera mortuaria prima del trasferimento nei campi di sterminio. E a scampare agli orrori di Treblinka sarà proprio Wladyslaw Szpilman – il pianista del titolo – sottratto alla morte dal suo talento, ma obbligato per contrappasso a osservare i propri famigliari imbarcarsi per un viaggio di sola andata. Il suo destino suonerà altrettanto atroce: tra le macerie del ghetto ritroveremo un essere smarrito, annientato dagli eventi. Il ritorno in patria di Polanski è un atroce saggio di storia dove la camera appare al servizio degli eventi, senza disdegnare momenti di pura poesia. Oscar meritatissimo per Adrien Brody.

Tora! Tora! Tora! (Richard Fleischer, 1970)

All’alba del 7 Dicembre del 1941 l’aviazione nipponica trasmette il messaggio Tora! Tora! Tora!, nome in codice per segnalare la riuscita dell’attacco a sorpresa a Pearl Harbor. 390 aerei oscurano i cieli  delle Hawaii affondando cinque corazzate e causando la morte di più di 2000 soldati americani. Gli Stati Uniti entrano ufficialmente in guerra; Franklin Delano Roosvelt parlerà di “giorno dell’infamia” (la dichiarazione di guerra da parte del Giappone giungerà ad attacco già iniziato) mentre nelle parole dell’ammiraglio Yamamoto – il timore d’aver risvegliato “il gigante dormiente” – andrà celandosi un’oscura profezia legata a ciò che avverrà a Hiroshima e Nagasaki. Il film di Fleischer è in buona parte costruito sull’attesa dell’attacco, la sua pianificazione e sull’ingenua sprovvedutezza degli americani. Agli antipodi del Pearl Harbor fracassone e mieloso di Michael Bay, Tora! Tora! Tora! conserva un’aria documentaristica e – seppur prodotto negli anni ’70 – ben nasconde nella suspense i segni dell’età.

Schindler’s list (Steven Spielberg, 1993)

Non è una battaglia o un gesto eroico il ricordo emblema lasciatoci su carta o celluloide dalla Seconda Guerra Mondiale, bensì un luogo, Auschwitz. Nell’economia della “soluzione finale” il complesso di campi di concentramento della cittadina polacca rivestiva il ruolo di fiore all’occhiello; un lager che in 5 anni comportò la morte di oltre 3 milioni di esseri umani (tra ebrei, rom, disabili e altre categorie ritenute lontane dai canoni promossi dalla razza ariana). A Spielberg spetta il compito di trasporre un orrore inenarrabile, evitando la trappola del melodramma; e lo fa in modo sontuoso adoperando un machineistico bianco e nero sul cui confine si muove, nell’ombra, la complessa figura dell’industriale tedesco Oscar Schindler che – scosso dalle pratiche naziste –  dopo aver sfruttato ebrei a basso costo nella propria fabbrica, arriva a salvarne più di un migliaio. 7 Oscar per il film simbolo dell’Olocausto. 

Little Boy (Alejandro Monteverde, 2015)

Snobbato colpevolmente dalla distribuzione italiana, Little Boy è un delizioso family movie con, al centro del plot, un ragazzino vittima di bullismo a causa dei suoi problemi di crescita. Legatissimo al padre, resterà traumatizzato quando quest’ultimo sarà chiamato alle armi dopo l’attacco nipponico a Pearl Harbor. Il film del messicano Monteverde desta particolare interesse per il modo in cui si sofferma su un tema perlopiù ignorato dal cinema hollywoodiano. L’ingresso in guerra degli Stati Uniti provocò un’enorme forma di risentimento nei confronti dei giapponesi residenti sul suolo americano; di questi 110.000 furono internati in “campi di reinsediamento del periodo di guerra”, per un destino che non può far altro che rimandare a ciò che accadeva in Europa nello stesso periodo. L’ultimo atto della guerra segnò il rilascio delle due bombe atomiche; la prima portava il nome di Little Boy.

La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998)

Guadalcanal segnò – con la battaglia delle Midway – una delle prime battute d’arresto della rapida avanzata nipponica nel Pacifico. Il 7 Agosto 1942 gli alleati sbarcarono sull’isola costringendo, in sei mesi, i giapponesi ad evacuarla. A fare di Guadalcanal uno dei conflitti più affascinanti della Seconda Guerra Mondiale contribuì l’intero scenario immacolato, esotico, un Eden di subdola ostilità, un antipasto di ciò che avrebbe rappresentato il Vietnam per gli Stati Uniti.  A 20 anni dal suo ultimo film (I giorni del cielo), Malick ribalta l’approccio tipico da war movie; camera a mano e montaggio nevrotico cedono il passo a serafici carrelli laterali, dissolvenze quasi demodé. Un cinema filosofico che tiene la guerra sullo sfondo per scavare nei meandri dell’anima, lì dove l’uomo è da solo con l’Io più metafisico. 

Letters from Iwo Jima (Clint Eastwood, 2006)

Col secondo capitolo di un dittico dedicato allo scontro di Iwo Jima tra Usa e Giappone, Clint Eastwood ci regala il ritratto di una delle battaglie più efferate combattute nel Pacifico. Se in Flags of our fathers il regista californiano sparava esplicitamente a zero sull’idolatria dei falsi miti (sei marines a issare una bandiera), qui fa compiere al point of view una sterzata di 180° scaraventandoci oltre quelle sottili, letali feritoie, dove il “nemico” dagli occhi a mandorla appare avulso dall’immagine del fanatico kamikaze donataci dagli stereotipi hollywoodiani. Nessuna retorica o stoicismo; gli esseri umani sono molto più simili di quanto possano credere, hanno paura di morire inutilmente, e le lettere inviate ai propri cari ne sono inequivocabile testimonianza. 

Salvate il soldato Ryan (Steven Spielberg, 1998)

Proclamato episodio chiave nel computo di un equilibrio che faticava a spezzarsi, lo sbarco in Normandia fu tutt’altro che il principio di una discesa in surplace per gli Alleati. Tra l’operazione Neptune (6 Giugno 1944) e la fine del conflitto (2 Settembre 1945) trascorse più di un anno. Ciò che catturò l’attenzione dei posteri fu la straordinarietà dell’invasione, e non parliamo di semplici numeri: lo sbarco fu infatti anticipato da una serie di depistaggi che trasformò l’attesa in una guerriglia psicologica, dove intuito e mera fortuna giocarono a favore degli Alleati. Sulla spiaggia di Omaha più di 15000 soldati persero la vita; a Spielberg bastano 30 minuti per restituirci senza fronzoli la brutalità dell’evento e – per osmosi – dell’intera guerra. Il resto del film penzola a tratti verso l’eroismo a stelle e strisce; peccato veniale se paragonato a quella maiuscola mezz’ora di cinema.

U-Boot 96 (Wolfgang Petersen, 1981)

Quando si parla di conflitti su larga scala, la nostra percezione sensoriale tende a riprodurre uno scenario standard dove schiere di fanti spossati e farraginosi Panzer dai cingoli infangati vagano per ore, solcando campi di rara immensità e solitudine. Eppure nel corso della Seconda Guerra Mondiale una battaglia di tutt’altro “respiro” – e forse meno celebre – ha fatto il suo corso tra tedeschi e alleati nei tetri abissi dell’Oceano Atlantico; il teutonico Wolfgang Petersen porta sullo schermo la storia del sommergibile U-Boot 96 raccontandoci, di riflesso e senza prese di posizione, il dramma comune di migliaia di soldati costretti a operare in enormi bare d’acciaio, nella claustrofobica attesa di un destino pronto a piombare dal cielo. Un kammerspiel subacqueo dal finale spietato.

Roma città aperta (Roberto Rossellini, 1945)

Al fine di tutelare la capitale da futuri bombardamenti, il 14 Agosto 1943, il Governo Badoglio dichiara Roma “città aperta”, rendendola a tutti gli effetti smilitarizzata. Il provvedimento unilaterale verrà ignorato dai tedeschi che, seppur caritatevoli nel risparmiarne il patrimonio artistico, non esiteranno ad accanirsi sugli indifesi cittadini. Da tali presupposti si lascerà guidare Rossellini quando, nel Gennaio 1945 (la guerra è ancora in corso), girerà con mezzi tecnici di fortuna – quel che resta di Cinecittà fa da rifugio per i profughi – il capolavoro apripista del Neorealismo. Amatissimo all’estero, il film non ebbe eguale accoglienza in Italia dove soltanto il Gran Premio al festival di Cannes – e una candidatura agli Oscar per la migliore sceneggiatura – furono in grado di ricondurre i critici nostrani a più miti consigli. A 70 anni di distanza l’urlo della Magnani giunge con medesima tragicità.

Di Giovanni Masturzo.

The following two tabs change content below.
Profilo redazionale. Pigrecoemme è la prima scuola di cinema, televisione e fotografia di Napoli.

Commenta questo post