I 10 migliori film del 2015

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Sarà pure un appuntamento classico, questo, ma per noi di Pigrecoemme è solo il secondo anno e, onde evitare di stilare una lista (non una classifica, una lista) uguale alle tante in circolazione, abbiamo pensato di limitarci ai film datati (secondo l’IMDB) 2015, non distribuiti in Italia nel 2015. Quindi non ci saranno Vizio di formaBirdman, né American Sniper, che, pure, per noi sono tra le migliori visioni di quest’anno. Buona lettura, con annessi commenti di dis/approvazione.

1 – Blackhat di Michael Mann  

Blackhat è stato un flop al botteghino e questo vuol dire solo una cosa. Non ci meritiamo Michael Mann. Blackhat è un film astratto che pare guardare a 2001 in quegli interminabili viaggi attraverso cavi, codici, chip, senza trascurare i soliti grandi momenti western (ce ne sono 2). Ma è alla fine che Mann supera se stesso. Guardate l’epico scontro finale e ditemi se non vi viene da pensare a Ėjzenštejn ed al montaggio delle attrazioni.

2 – Mia madre di Nanni Moretti

Non è la prima volta che la morte si affaccia nella filmografia di Nanni Moretti, anzi si potrebbe dire che dalla nascita del figlio (da Aprile in poi, quindi, visto che vita e arte, nell’opera del regista di Sogni d’oro, sono così indissolubilmente intrecciate) sia diventato un tema ricorrente. Sperimentata sulla sua pelle (la morte sfiorata a causa di un linfoma di Hodgkin e la conseguente terapia raccontata in Caro Diario), Moretti ha preso a temerla nella sua estrinsecazione peggiore (la morte indicibile, quella di un figlio, in La stanza del figlio), a metaforizzarla (la rinuncia di un Papa alla sua missione, una sorta di morte della “paternità”, in Habemus Papam) ed infine a viverla. Proprio durante il montaggio del film con Michel Piccoli, infatti, la madre di Moretti, Agata Apicella, eponima del leggendario alter ego del figlio, Michele Apicella e che ricordiamo in un’esilarante scena di Aprile, venne a mancare. Tuttavia, una volta vissuto il lutto, è come se Moretti fosse riuscito anche ad elaborarlo e Mia Madre, conseguentemente, appare il suo film, forse, più sereno e riconciliato. Con se stesso, con il mondo e col cinema. Mia madre non è un film triste perché ci insegna l’importanza delle radici, delle nostre radici e la necessità di mantenerne vivo il ricordo. La madre, il latino, il glorioso cinema italiano del passato (“Forza Mario” sembra rivolto a Monicelli che diresse I compagni, un film su un’occupazione di una fabbrica, simile a quello che gira la protagonista). Mia madre non è un film triste perché Moretti ride di se stesso e lo fa apertamente. Mia madre non è triste perché c’è la speranza nel futuro, in quell’ultimo, poetico, geniale scambio di battute tra Margherita (“A cosa pensi, mamma?“) e la madre, la quale le risponde (“A domani“) da un controcampo dell’inconscio che, in un sol colpo, colma il proverbiale vuoto filmico spettatoriale e quello diegetico della protagonista, ricucendo o psicanaliticamente suturando (con il raccordo) ben più che un incrociarsi di sguardi.

3 – Per Amor Vostro di Giuseppe M. Gaudino

Potrebbe essere autoreferenzialità (il film ha visto numerosi ex allievi di Pigrecoemme al lavoro sul set al punto che, molto gentilmente, il regista ha voluto ringraziarci nei titoli di coda), ma davvero Per Amor Vostro è uno dei film più visionari di questo 2015 (lo è più di Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, ma con un budget 10 volte inferiore). Ed è, da non crederci, italiano. In una società ed in un’epoca in cui sembra che tutto o sia bianco o sia nero, la Napoli di Giuseppe M. Gaudino è entrambi i colori. Ed in questo bianco e nero dreyeriano si consuma la Passione di (Giov)Anna Capasciacqua che reagì con Coraggio all’Usura. Anna, come la pulzella d’Orléans è giudicata da uomini: pre-giudicata “per” il fratello già in tenera età, giudicata da Ciro, il suo mentore/maestro, che l’accusa di avergli rubato il posto, giudicata colpevole (anche della sordità del figlio) dal marito Gigi, da Michele Migliaccio che entra in scena vanesio e sicuro di sé, attore di moderni fotoromanzi, come il Fernando Rivoli di Lo sceicco bianco, ma si rivelerà quasi un Oscar D’Onofrio di Le notti di Cabiria. L’usura di Gigi è un crimine, ma lo è anche l’usura autoinflitta da Anna che è sì colpevole, ma perché non ha visto e non vede per quieto vivere, per amore della famiglia. Ma anche lei sente le voci, sono estrinsecazione dei sensi di colpa, anime dannate del suo subconscio che viaggiano con lei e la traghetteranno in quell’inferno che a Napoli si nasconde sotto al mare, l’orrore ctonio che si fa σιοὺς βυλὴν (la Sibilla era presente anche nello splendido Giro di luna tra terre e mare) ovvero avvertimento divino. E già, nun basta cca ce sta ‘o mare, il mare non nasconde la sporcizia, occorre un atto di coraggio e questo atto di coraggio si chiama denuncia. Anna, come la Bess McNeill di Le onde del destino (ancora un danese, Lars Von Trier, come Dreyer), si sacrificherà per amore, per amore dei figli ed attraverso il sacrificio conquisterà l’immortalità della Santa.

4 – Mad Max: Fury Road di George Miller

Di fronte alle infinite reboottanti rivisitazioni di quest’ultimo lustro, la palingenesi di Mad Max, ad opera del suo stesso creatore, dimostra che alcuni vecchi sono meno vecchi dei giovani. George Miller realizza un film visivamente fantasmagorico, pieno di invenzioni (tante da riempire dieci film di uno shooter di nuova generazione), un sur-road movie intenso e roboante.

5 – Sicario di Denis Villeneuve

Come in Prisoners, anche qui si cela qualcosa dietro il muro. Anche qui si parla di ricerca di verità e di vendetta che si intrecciano pericolosamente. In più, questa volta, Villeneuve mette in scena uno spettatore (espediente cui ha fatto ricorso anche nel precedente Polytechnique, girato in Canada, che mostrava, nell’epilogo, la difficoltà dei sopravvissuti ad una strage). La Kate interpretata da Emily Blunt è il nostro alter ego, è in lei che ci rispecchiamo ed è grazie a lei che comprendiamo l’inquietante tema sotteso alla trama del film e che il regista pone in essere: quanto possiamo dirci innocenti se complici senza saperlo, solo perché ridotti al ruolo passivo (e strumentale) di testimoni?

6 – Il ponte delle spie di Steven Spielberg

Dai padri assenti alla ricerca di una madre patria che non c’è (da The TerminalMunich), la poetica di Spielberg ha mostrato sempre una coerenza trasversale ai generi attraversati. Come conferma in questa sua ultima regia, uno spymovie solo sulla carta, che, invece, dimostra come, in fondo, il buon Steven (ed ogni autore degno di questo nome) abbia sempre girato lo stesso film. Il ponte delle spie è il luogo in cui si incrociano e cortocircuitano E.T.Incontri ravvicinati del terzo tipo, il primo con un alieno ostaggio (e cos’è Habel se non un alieno?) ed il secondo con alieni che restituiscono Americani. Nel frattempo, il regista di Schindler’s List ci dà una grande lezione di cinema basico, producendo senso e significati attraverso semplici (ma tutt’altro che semplici) raccordi.

7 – Non essere cattivo di Claudio Caligari

Ha sempre deviato, Caligari. Ha sempre lasciato che gli altri lo definissero pasoliniano, mentre lui pensava ad altro ed altri. E se L’odore della notte si scopriva scorsesiano, in Non essere cattivo è l’allucinazione felliniana di Vittorio ad innescare un film che guarda ad Abel Ferrara, Spike Lee (Vittorio che sputa alla sua immagine riflessa allo specchio ha la stessa forza iconica del ben più celebrato monologo di Edward Norton in La venticinquesima ora) e Brian De Palma (si pensa a Carlito’s Way vedendo Cesare…quel poster alle spalle).

8 – The Gift di Joel Edgerton

L’australiano Edgerton, attore per LuhrmannScottMichôd (per il quale ha scritto il soggetto di The Rover), si rivela anche abile regista. Questo suo esordio dietro la m.d.p. è una piacevole sorpresa che ci ha fatto pensare più a Joseph L. Mankiewicz che a Hitchcock, con un gioco al massacro dai continui disvelamentie capovolgimenti. Nessuno (e niente) è come sembra. O siamo noi a non voler vedere?

9 – Run All Night – Una notte per sopravvivere di Jaume Collet-Serra

Per questa scelta si leveranno gli strali contro l’estensore della playlist (perché questo e non un altro titolo, magari d’autore?), ma che l’altrove mediocre Collet-Serra riesca a girare il film più siegeliano dai tempi di Solo due ore di Richard Donner è un fatto che non può essere trascurato.

10 – Eisenstein in Messico di Peter Greenaway

Eisenstein in Messico finisce dove comincia Spectre, nel “Dia de los Muertos” in Messico. Del resto, per dirla con Cocteauil cinema è la morte al lavoro“, ma l’Ėjzenštejn di Greenaway la morte la costruisce al cinema e, forse, anche la vita, visto che, nella realtà (ma anche questo è un film), pare cominciare a vivere a 33 anni (la stessa età in cui “CristoAlessandro sono morti”) in Messico. E grazie al Messico ed a Ėjzenštejn pare ri-vivere anche il regista che, a dispetto della sua ripetuta dichiarazione di morte (ancora) del cinema, realizza il suo film più film da un bel po’ di tempo in qua. Il cinema è repertorio iconografico (quante immagini dai film di Ėjzenštejn) ed aneddotico (quante storie su ĖjzenštejnHollywood, sulla genesi di Que Viva Mexico), gli split, gli inserti non diegetici del cineasta russo qui si diegetizzano perché diventano parte sostanziale del racconto/saggio. Al netto di una lunga ed esplicita sequenza di sodomia, per épater le bourgeois, il film di Greenaway è addirittura rosselliniano nel suo essere didattico (lo spettatore finisce col conoscere di più Ėjzenštejn, la sua opera, il suo rapporto con Stalin, con Hollywood, con Upton Sinclair – l’autore di Oil  da cui Paul Thomas Anderson ha tratto Il petroliere – finanziatore del film sulla rivoluzione messicana) senza rinunciare allo sguardo dell’autore (che inventa una relazione con una guida del posto per raccontare di una plausibile, ma fantasiosa, presa d’atto di Ėjzenštejn della sua omosessualità) ed ai virtuosismi, qui, però, mai gratuiti (la lite tra Ėjzenštejn, Mary Sinclair e suo fratello resa con un finto unico carrello laterale quasi cubista, come lo stesso regista ha definito il cinema del suo idolo russo, per come disegna l’azione da diversi punti di vista). Non un biopic, ma un cinesaggio di un regista cinefilo.

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Rosario Gallone

Docente di regia a Pigrecoemme
Rosario è tra i fondatori della Pigrecoemme, dove si occupa soprattutto del corso di regia e dell'organizzazione dei corsi. E' autore della sceneggiatura di Isa 9000 (mediometraggio con Isa Danieli diretto da Angelo Serio), del montaggio di documentari e della regia di alcuni cortometraggi.

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