Una città in piedi – New York in 10 film

Prosegue il coinvolgimento dei nostri allievi nella stesura di playlist. Ce ne facciamo un vanto perché oltre a formare lavoratori del set, registi e sceneggiatori, abbiamo sempre ritenuto importante formare anche nella critica. Torna Giovanni Masturzo e stavolta ci parla di un luogo iconico come pochi.

Andare per la prima volta a New York è come tornare a casa. Dietro le maglie di un paradosso va celandosi tutto il senso di un legame indissolubile, tra il cinema e la Grande Mela. Un sodalizio do ut des, destinato ad autoalimentarsi senza soluzione di continuità.
In principio fu Hollywood, sin quando le leggi antitrust allontanarono la Settima Arte dalle terre losangeline, spingendola tra le braccia di chi, dall’alba del XX° secolo, il cinema lo custodiva inconsciamente nel proprio DNA; una città verticale, dallo skyline altalenante come un elettrocardiogramma impazzito, nella quale si fa fatica a distinguere quel sottile confine tra realtà e finzione. New York è un enorme set cinematografico: fermare un taxi, correre a Central Park, raggiungere la cima dell’Empire, restare accecati dalle luci di Times Square, gesti, rituali che, seppur mai perpetrati, ci appartengono. Ma New York non è solo magia, romanticismo a buon mercato, New York è la città che non dorme mai, quella che di notte può mostrare l’altra tragica faccia della medaglia, trasformare la tua vita in un inferno, costringerti a trovar riparo tra lerci vagoni della metro. Uno sconfinato melting pot dove, nel caos della vita, puoi sentirti solo.
Centinaia di registi si sono avvicendati, nel tentativo di fotografare ogni piccola sfumatura di questa città in continua evoluzione. Ne sono usciti capolavori, modeste rappresentazioni, fiaschi totali.
Sceglierne soltanto 10 è un’impresa; io ci ho provato.

1 – Ghostbusters di Ivan Reitman

If there’s something strange in your neighborood. Who you gonna call?”. Basterebbe sostituire tale mantra a qualsivoglia sinossi per catalizzare l’attenzione di fan e neofiti sparsi. A far da guida “spirituale” ai quattro acchiappafantasmi del titolo, un Bill Murray in stato di grazia che, da consumato Maestro di Cerimonia, dispensa sboccate massime a destra e a manca, incurante del destinatario di turno, che sia un passante o il Male in persona.
New York sfoggia alcune delle sue migliori location, dalla serafica Public Library al raffinato Lincoln Center, per finire letteralmente calpestata dall’omino dei Marsh Mallow, in uno degli epiloghi più gradassi che il cinema ricordi. Il secondo capitolo, per non esser da meno, tirerà giù la Statua della Libertà dal piedistallo, costringendola a mostrare gli attributi.

2 – Fa’ la cosa giusta di Spike Lee

Bedford Stuyvesant, Brooklyn: in una torrida giornata estiva, il litigio tra il proprietario bianco di una pizzeria e alcuni abitanti neri del quartiere chiamerà in causa la polizia newyorchese che, nel sedare la rissa, causerà la morte di un afroamericano. Spike Lee, fautore di un cinema spudoratamente antirazzista, realizza qui il suo prodotto più intelligente non limitandosi a mettere alla gogna l’intolleranza razziale, bensì andando a fondo e additando – come generatore di violenza – l’odio tra esseri umani, costruito sull’incomunicabilità e l’incapacità di ascoltare il prossimo. Come Wall Street, è l’individualismo a rendere marcia la società, oltre il colore della pelle. 

3 – Colazione da Tiffany di Blake Edwards

Holly Golightly è una squillo un po’ matta, sui generis: dorme nuda, nasconde il telefono nella valigia, ha un gatto senza nome, ma soprattutto cela la sua enorme fragilità dietro un’allegria dilagante, a tratti isterica. Paul è uno scrittore e, come Holly, si fa mantenere da una persona molto più anziana, disposta a pagarlo per le sue prestazioni sessuali. I due, tanto simili ma paradossalmente opposti, instaureranno un’amicizia destinata a sfociare in ben altro.
Film che, oltre ad aver consacrato ufficialmente la Hepburn quale icona di eleganza, ha reso Tiffany, sulla 5th Ave, meta di pellegrinaggio; c’è chi entra avventurandosi in una giungla di prezzi faraonici e chi si accontenta di restar fuori a fissar la vetrina. Con cappuccino e brioche, ovvio.

4 – Wall Street di Oliver Stone

Nella Grande Mela il denaro non dorme mai; lo sa bene il cinico speculatore Gordon Gekko (Oscar per Michael Douglas), chiamato a far da guru a Bud, giovane broker. Ma si sa: quando ci sono i verdoni di mezzo non c’è amicizia che tenga.
Il film, che più di tutti ha saputo fotografare l’individualismo della società americana, è divenuto manifesto dello yuppismo dilagante degli anni ’80, quando imberbi arrivisti si catapultavano nel mondo della finanza come sciacalli a caccia di sprovveduti investitori.
Si dice che, a Wall Street, sia appannaggio dei soli turisti passeggiare con lo sguardo rivolto ai grattacieli, per il resto troverai uomini in giacca e cravatta intenti a camminare rapidamente con un bicchierone di caffè in mano e gli occhi fissi sul marciapiede. Alcuni cliché non sembrano campati in aria.

5 – I guerrieri della notte di Walter Hill

In un parco del Bronx è riunito il non plus ultra delle gang di città. Quando il capo della banda più forte viene assassinato, la colpa ricade erroneamente sui Warriors, una delle fazioni meno celebri. L’omicidio sarà la miccia che condurrà gli otto innocenti dal Bronx sino alla deserta spiaggia di Coney Island, in una Via Crucis di poche, serratissime, ore. Tante definizioni sono state adottate per il capolavoro di Walter Hill, ma nessuna come “western metropolitano” sembra vestire panni tanto adamitici. La New York ritratta è tanto brutale e squallida quanto pittoresca, in un’eterna contraddizione che trova la sua summa nel sangue versato; si gioca “a fare la guerra” e la violenza appare garbata, elegantemente coreografata come in un cartoon della Warner Bros

6 – Serendipity di Peter Chelsom

La serendipità è l’attitudine a fare scoperte casuali e impreviste. Si parte da un punto A e, prima di arrivare all’agognato punto B, ci si imbatte fortuitamente in un punto C.
L’ ouverture, di questa sinfonia di “fortunati incidenti”, è rappresentata da un paio di guanti neri fulmineamente adocchiato dai due protagonisti. Entrambi, già impegnati, lasceranno che sia la sorte a decidere per loro: un biglietto da cinque dollari, un indirizzo sul retro di un libro.
Due bombe a orologeria pronte a esplodere quando sarà troppo tardi… o forse no.
Scegliere una Romantic Comedy che ben rappresenti New York è missione impervia. Serendipity sembra inserirsi egregiamente nel filone, ereditando il testimone di Insonnia d’amore, dove l’Empire State Building diveniva happy ending di un picaresco percorso a ostacoli, in una citazione al contrario di un altro simbolo del genere, Un amore splendido, con l’indomito skyscraper qui a mettere i bastoni tra le ruote ai due protagonisti. 

7 – King Kong di Merian C. Cooper

In principio fu King Kong a mettere a ferro e fuoco New York, prima che il cinema battezzasse la Grande Mela quale vittima designata di calamità naturali e invasioni aliene. Il film di Cooper, che vanterà svariati e opinabili remake, mescola sapientemente avventura a elementi esotici, permeandoli di eros e romanticismo; il mito della bestia, un gorillone di 15 metri, domato e condannato da un altro mito, quello della bella. L’amara conclusione, in cima all’Empire State Building, si farà veicolo di due interessanti allegorie: la bestia che, al pari dell’uomo, scala il grattacielo come una montagna, e l’amore, in grado di rendere vulnerabile l’istinto.
Non sono stati gli aerei, ma la bella ad uccidere la bestia!” dirà Denham al termine del film.

8 – Manhattan di Woody Allen

Isaac è un autore televisivo, quarantaduenne ma immaturo, insoddisfatto e sentimentalmente impegnato con la diciassettenne Tracy, pronta a raggiungere Londra per frequentare la scuola d’arte drammatica. La relazione finirà sulla graticola quando nella vita di Isaac irromperà Mary, una saccente giornalista dalla psiche labile, specializzata nell’imbastire rapporti a breve termine.
Se c’è un film indissolubilmente legato al luogo nel quale è girato, quello è Manhattan. Stesso dicasi per il suo autore, il Woody Allen che negli anni non smetterà mai di evidenziare la dipendenza dalla sua città. Qui lo fa adoperando un bianco e nero che estrapola dal suo contesto spazio-temporale New York, per farne un manifesto immortale da consegnare ai posteri. Central Park, il Guggenheim, la Fifth Avenue, il ponte di Brooklyn e la scena cult sulla panchina dinanzi al Queensboro Bridge: luoghi simbolo a corroborare quella che è più di una semplice dichiarazione d’amore.

9 – Rosemary’s Baby di Roman Polanski

Una coppietta di freschi sposi trova casa all’interno di un cupo condominio newyorchese. I due vicini – che definire “ambiguamente melliflui” suonerebbe riduttivo – si dimostrano subito cordiali, soprattutto nei confronti del marito. Con quest’ultimo stipuleranno un patto col Diavolo tale da consentirgli una rosea carriera da attore; a farne le spese sarà l’ignara moglie, Rosemary.
C’era un tempo in cui l’horror poteva fare a meno degli effetti speciali e, quando nelle mani sapienti di un Roman Polanski, era in grado di partorire capolavori senza eguali. Rosemary’s Baby non è un semplice film, bensì una folle discesa nel concetto di inquietudine; sin dalla prima scena ogni elemento profilmico va a aggiungere un nuovo tassello al mosaico, pronto ad assumere le sembianze di un incubo. E non è un caso che la location scelta sia proprio il Dakota Building, tetro e riservato edificio dell’Upper West Side, che diverrà poi, nel 1980, teatro dell’omicidio di John Lennon. Insomma, una fama non da poco.

10 – Gangs of New York di Martin Scorsese

1862: nel quartiere newyorchese dei Five Points si incrociano i destini di alcune gang criminali. Amsterdam, appena uscito dal riformatorio, deve vendicare la morte del padre, ucciso dal temutissimo Bill il Macellaio. Girato interamente negli studi di Cinecittà, Scorsese fa di New York la cartina di tornasole di un’intera nazione, la cui nascita poggia su un pullulante calderone abitato da odio, razzismo e corruzione. E, ad appena un anno di distanza dall’11 Settembre, il film assume l’amaro sapore della metafora: la violenza va abbattendosi su chi – grazie a essa – ha piantato le radici, in un meschino effetto boomerang. Da segnalare la sontuosa perfomance di Daniel Day Lewis e le magniloquenti scenografie di Dante Ferretti. I produttori costrinsero Scorsese a falcidiare – in postproduzione – la versione desiderata dal regista, causando vistosi dispendi nell’intera economia narrativa. Probabilmente, un capolavoro mancato.

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Profilo redazionale. Pigrecoemme è la prima scuola di cinema, televisione e fotografia di Napoli.

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