Il cinema nobilita – 10 film sul lavoro

Il corso di Analisi e Critica di Pigrecoemme è uno di quelli cui, forse, teniamo in modo particolare. Questo perché pensiamo serva non solo a chi voglia intraprendere il lavoro di critico, analista o storico del cinema, ma anche a chi voglia essere uno spettatore più attento e consapevole. È motivo di grande soddisfazione per noi, quindi, ospitare una playlist di un’allieva del corso, così come abbiamo fatto poco tempo fa pubblicando la recensione di C’eravamo tanto amati di un altro allievo, Stefano Sessa. La sfida era di quelle difficili per una ventenne, ma Mariantonietta Losanno ha messo in pratica quanto noi docenti diciamo durante il corso, animata dalla curiosità e dalla voglia di approfondire che un critico deve avere. Probabilmente vi sorprenderete, data l’età dell’autrice, trovando nella playlist film come Omicron di Ugo Gregoretti oppure I compagni di Mario Monicelli, ma è esattamente quello che noi ci riproponiamo nel nostro corso: far scoprire (e, a volte, riscoprire) film, opere, autori. Buona lettura.

Il tema del lavoro, nel cinema, è sempre stato un argomento molto sentito. Si può dire sin dalla prima rappresentazione cinematografica che si conosca, quella dei fratelli Lumière del 1895, L’uscita dalle officine Lumière, e continuando poi con uno degli esempi più citati, ma sempre efficace, Tempi moderni del 1936, di Charlie Chaplin. Il lavoro, quindi, è quasi “il tema dei temi”. Questo, anche e soprattutto, perché il cinema sa parlare di attualità e il suo sguardo sulla nostra società è,solitamente, quello più attento. Vogliamo parlare di film che hanno proposto e analizzato, ognuno in maniera diversa, il lavoro: dalla condizione operaia alla mobilitazione sindacale, dalla consapevolezza del ruolo del lavoratore  allo spirito politico, dai mutamenti del contesto sociale e culturale ai risvolti del disagio e della marginalità del nostro tempo. 

1 – La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971)

Ludovico “Lulù” Massa è un operaio di trentun anni, ha due famiglie da mantenere e lavora già da quindici anni. È un sostenitore della politica di produzione a cottimo, per questo è odiato dai compagni ma encomiato dal padrone. Dopo essere rimasto vittima di un incidente sul lavoro, la sua vita cambia totalmente. La pellicola di Elio Petri è un classico, un film che non ha perso la sua valenza dopo tanti anni. Si parla di classe operaia, proletariato, lotta di classe, borghesia: forse oggi sono cambiate le modalità, ma il concetto di sfruttamento è rimasto immutato. Questo cult riesce a mostrare, in tutta la sua drammaticità, come il lavoro possa investire totalmente la vita di un uomo, come riesca anche a far perdere il contatto con la realtà, il senso della ragione. C’è follia, violenza, annientamento totale dell’uomo. 

2 – Sciopero! di  Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (1925)

Russia 1912. Un operaio è ingiustamente accusato di furto dai suoi padroni. Dopo il suo suicidio, a causa del torto subito, i lavoratori della fabbrica organizzano uno sciopero per protestare, non solo come atto di accusa contro la durezza padronale, ma anche come dimostrazione di solidarietà. La reazione della polizia è durissima: si assiste ad un vero e proprio massacro. Il primo lungometraggio del regista sovietico è un’opera che ha una grande forza espressiva. In più, il periodo in cui si svolge la vicenda è un’epoca molto delicata. Di lì a poco infatti scoppierà la Rivoluzione d’Ottobre che comporterà la caduta del regime zarista e la presa di potere da parte dei bolscevichi. Un’opera cruda, in cui si assiste a una strage senza distinzioni: visti gli inutili i tentativi per indurre gli operai a far ritorno nella fabbrica, infatti, la polizia uccide uomini, donne e bambini.

3 – I compagni di Mario Monicelli (1963)

Torino, fine Ottocento. Gli operai di una fabbrica tessile sono costretti a quattordici ore di lavoro, con una sola pausa di mezzora. Oltre ad essere stremati dalla fatica, gli incidenti in fabbrica sono sempre più frequenti. Dopo l’ennesimo operaio vittima della mutilazione di una mano, i lavoratori decidono di compiere un gesto dimostrativo, in segno di protesta per le condizioni di lavoro insostenibili. Un singolo atto di ribellione non basta, per questo il professor Sinigaglia, giunto da Roma, diventa la guida, la voce comune, il mentore. Una ricostruzione impeccabile, un affresco dell’Italia di fine Ottocento. Nonostante la sua forte drammaticità, il film di Monicelli dimostra come gli italiani abbiano imparato a battersi per i propri diritti. Un capolavoro profondamente attuale, una pagina importante della storia del cinema italiano.

4 – Crepa padrone, tutto va bene di Jean-Luc Godard (1972)

Maggio 1968. Una giornalista di una stazione radio americana a Parigi (Jane Fonda) e un regista della Nouvelle Vague (Yves Montand) che vive con la pubblicità aspettando nuove occasioni, vengono coinvolti per caso nell’occupazione di una fabbrica, nella quale gli operai tengono sequestrato il padrone, decidendo poi di trattenere anche loro, non facendo distinzioni tra padroni e intellettuali. La rappresentazione della fabbrica occupata è uno spaccato della realtà del lavoro e della ribellione operaia. Il  padrone nega la realtà delle classi, gli operai descrivono invece l’alienazione del lavoro e le condizioni cui sono costretti a sottostare. Un film testimone di un’epoca, in cui i risvolti politici si mescolano a quelli sentimentali e in cui, dalla presa di coscienza dei due, verrà fuori una riflessione sulle ideologie, sul progressismo borghese, sulla mercificazione totale. 

5 – Fantozzi di Luciano Salce (1975)

Il ragioniere Ugo Fantozzi è uno sfortunato impiegato della Megaditta, preso di mira da tutti i suoi colleghi. È sottoposto continuamente a vari tipi di vessazioni nell’ambiente di lavoro e anche a casa la situazione non è delle migliori: sebbene sia sposato con Pina, prova segretamente dei sentimenti nei confronti di un’altra donna, sua collega, la signorina Silvani. Il film, capostipite della saga ideata e interpretata da Paolo Villaggio, racconta, con una comicità surreale, l’abuso di potere da parte della burocrazia, le gerarchie esistenti in politica e sul posto di lavoro, l’odio fra colleghi (anche se espresso in maniera tragicomica), il servilismo. È forse proprio il modo di trattare questi argomenti che li rende -apparentemente- meno gravi, ma l’ironia non può non farci immedesimare con le varie umiliazioni che Fantozzi subisce. Un film comico sì, ma che sublima la crudeltà e la ferocia. 

6 – Norma Rae di Martin Ritt (1979)

Anni ’70, Alabama (sud degli Stati Uniti). Norma Rae lavora in una filanda dove le condizioni di lavoro sono terribili. In mancanza di un sindacato, le paghe, i ritmi di produzione, gli orari, e le condizioni igieniche e sanitarie sono dettate dai cinici padroni e dirigenti. Ma Norma Rae reagisce con l’aiuto di un sindacalista venuto da New York. La sua è una battaglia diversa, perché in questo caso parliamo di una donna, il che le comporta l’opposizione di una serie di luoghi comuni e pregiudizi con cui è difficile fare i conti. È un’eroina, una donna forte e coraggiosa che cerca con tutte le sue forze di cambiare una realtà sociale immobile da troppo tempo. È una donna vera, che affronta ingiustizie e sconfitte, ma che con tenacia raggiunge i suoi obiettivi. L’emancipazione femminile è lontana anni luce, i neri sono discriminati, i diritti civili inesistenti. Un film che permette di immedesimarsi in tipi di eroi giusti, umani, che lottano nel quotidiano. 

7 – Full Monty di Peter Cattaneo (1997)

L’industria siderurgica di Sheffield (Gran Bretagna), a partire dagli anni ’90, è stata pesantemente colpita dalla crisi. Due disoccupati si ingegnano per trovare degli espedienti per andare avanti, all’inizio tentano di guadagnare qualcosa con piccoli furti, fino a avere un’idea geniale: dar vita a uno spogliarello maschile, coinvolgendo altri disoccupati, ognuno alle prese con i propri tentativi di sopravvivenza. Il film è capace di rendere con un’ironia al limite, tra il sarcasmo e il surreale, la drammaticità della situazione che sei uomini (soggetti tipo della generazione) vivono. Oltre al tracollo finanziario c’è quello emotivo. Ma non ci si perde d’animo, ci si mette in gioco, e si tenta qualsiasi rimedio pur di farcela. Sono messe a nudo (termine più che adatto al contesto) le frustrazioni di tanti disoccupati che faticano ad andare avanti, ma non solo: c’è tanto coraggio, ostinazione e un pizzico di sfrontatezza. Che serve sempre. 

8 – Riff Raff di Ken Loach (1991)

Londra 1990. Steve riesce a trovare un lavoro in un cantiere edile, dopo un breve periodo in carcere per furto. Le relazioni tra il datore di lavoro e gli operai sono brutali, i diritti dei lavoratori totalmente calpestati e, in più, le condizioni del cantiere li sottopongono a pericoli costanti. Steve si innamora di Susan, una ragazza sbandata e aspirante cantante. La loro storia sembra alleviare la pessima qualità del lavoro, ma non regge le tensioni di una vita senza alcun ideale. Loach mostra la visione realistica della Gran Bretagna nel periodo di Margaret Thatcher, dove si lavorava al limite della sopportazione fisica e mentale. Il finale del film rappresenta la volontà di reagire con ogni mezzo alle politiche padronali autoritarie. Un film duro, impegnato, diretto. Un’immagine di Londra da non dimenticare. 

9 – Omicron di Ugo Gregoretti (1963)

L’operaio Angelo Trabucco viene ritrovato morto sulla riva del Po. Al momento dell’autopsia si rianima e comincia a muoversi : il suo corpo, in realtà, è stato impossessato da Omicron, un extraterrestre che prepara l’invasione della Terra. Questo alieno sviluppa una serie di capacità meccaniche e per questo viene riassunto in fabbrica. Non possiede facoltà intellettive, il che lo rende un operaio modello. Si può mettere in atto il meccanismo perfetto di produzione: sfruttare un infermo per aumentare il fatturato. Se gli si risvegliasse l’intelligenza e la parola non potrebbe essere manovrato allo stesso modo. Il film di Gregoretti è una metafora sotto forma di film di fantascienza: Trabucco è una creatura alienata e mercificata, un uomo inesistente. È una pellicola in grado di mostrare quanto sia infetto il nostro pianeta e quanto ci si possa spingere oltre qualsiasi limite pur di aumentare i ritmi produttivi, per annullare la coscienza morale e “installare” quella operaia.

10 – Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne (2014)

Sandra ha solo due giorni e una notte per convincere i suoi colleghi di lavoro a non votare a favore del suo licenziamento, in cambio però sono costretti a rinunciare a un bonus di produzione. È una vera e propria corsa contro il tempo, e Sandra impiega tutte le sue forze, bussando casa per casa ad ogni singolo collega per non perdere il lavoro. Ma com’è è possibile convincerli? C’è chi si nega, chi ha paura, ma anche chi ha la capacità di sostenerla. Sandra è un personaggio così vero, è una donna fragile, ma che trova lo stesso la forza di reagire senza umiliarsi. L’esito della battaglia diventa superfluo, quello che conta è la volontà di battersi, con dignità e coraggio. Il finale del film senza alcuna colonna sonora permette di sentire solo il dolore di fondo. I sentimenti che i fratelli Dardenne riescono a suscitare sono veri, profondi, tangibili. Un film intimo, necessario, essenziale. 

 

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Profilo redazionale. Pigrecoemme è la prima scuola di cinema, televisione e fotografia di Napoli.

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