I 10 migliori film del 2017

Anche il blog di Pigrecoemme, ormai, come altre riviste più o meno quotate, ha, da diversi anni, un appuntamento fisso con la playlist di fine anno nella quale, in maniera parziale e arbitraria, ci mancherebbe altro, il nostro Rosario Gallone indica i 10 film migliori dell’anno solare (non della stagione). Ogni elenco, compreso questo, va preso nel modo giusto: confrontare i propri gusti con quelli dell’estensore, indicare i film mancanti o quelli che “perché questo e non quest’altro?”, una lista di consigli per visioni future. Si tratterà di un gioco, ma di un gioco serio perché le analisi di un testo filmico rappresentano un esercizio critico/speculativo col quale essere più o meno d’accordo, ma che spinge alla riflessione ed allo “spettatorato attivo”. Se vogliamo trovare un fil rouge che unisce  gran parte delle pellicole di questa playlist, possiamo individuarla nella rappresentazione del femminino e, senza allontanarsi tanto, del corpo estraneo (sia esso estraneo per razza, passato, scelte, età). Buona lettura.

1 – Logan di James Mangold

Da sempre, in ogni genere affrontato (che fosse il dramma di Dolly’s Restaurant o il poliziesco di Cop Land, la romcom Kate & Leopold o Ragazze interrotte passando per il sottovalutatissimo giallo Identità che consiglierei di rivedere a chi si è esaltato con Split di Shyamalan), con la sola eccezione dello strano oggetto Knight & Day, James Mangold ha raccontato i disadattati. E chi è più disadattato di un supereroe? E tra i supereroi chi più di uno degli X Men? E tra gli X Men chi più di Wolverine? Era destino che a un certo punto Mangold si occupasse di Logan e, dopo averlo calato in una location giapponese, eccolo tornare al western (che è il genere di elezione per i remake di film sui samurai) dopo il rifacimento di Quel treno per Yuma. Crepuscolare come Shane, citato letteralmente, pessimista come un Ralph Nelson o un Elliott Silverstein del Terzo Millennio.

2 – Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan

Durante la quarta lezione di Analisi e critica, a Pigrecoemme mostriamo un video di kogonada per Sight & Sound, What is Neorealism?, in cui l’autore, confrontando le due versioni di Stazione Termini di Vittorio De Sica (quella italiana e quella americana), mostra come Selznick tagliasse ogni qual volta l’azione deviasse dal racconto principale mentre sono proprio queste deviazioni, queste piccole digressioni ad arricchire la versione director’s cut di De Sica. Kenneth Lonergan, in Manchester by the Sea, devia e indugia (i tratteggi dei vari inquilini da cui, nell’incipit, Lee Chandler va a sbrigare dei lavori), tesse la trama senza rincorrere i fatti. Riesce a stare perfettamente in equilibrio tra commedia e tragedia. Almeno fino alla scena in cui Lee Chandler e l’ex moglie si rivedono. E deflagra il dolore. Casey Affleck recita con occhi e postura (e ha meritatamente vinto l’Oscar come protagonista, così come meritato è l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale a Lonergan stesso), ma Michelle Williams si dimostra ancora una volta una delle attrici più sottovalutate di Hollywood.

3 – Jackie di Pablo Larraín

Pablo Larraín, con le sue ultime due regie, ha piegato le regole del biopic alla sua poetica e al suo tema ricorrente: la rappresentazione. C’è una scena in Neruda che chiarisce tutto: il poeta cileno, per sfuggire al poliziotto Peluchonneau (un pupazzo, una sua creazione, un po’ un Clouseau), si nasconde in un negozio che ha esposte in vetrina delle foto e lui si sistema dietro ad una cornice vuota. Nascondersi dietro una fotografia significa che questa, così come il cinema, è fisiologicamente incapace di rivelare la realtà. Ma attraverso il gioco, serio, della finzione, può svelarci una verità. Jackie parla della creazione della leggenda. È il film più vicino a L’uomo che uccise Liberty Valance mai visto di recente. Larraín ha idee precisissime di messa in scena, ma, mai come in questo caso, la sua idea non poteva bastare a sé stessa perché senza la performance intensa di Natalie Portman (adoriamo Emma Stone, ma l’Oscar le è stato scippato), Jackie non sarebbe il capolavoro che è.

4 – L’altro volto della speranza di Aki Kaurismäki

Un paese non è accogliente. Lo sono le persone. E un paese conta persone diverse. Ce ne sono di buone e di cattive. L’altro volto della speranza è proprio l’aridità di una sentenza che riesce a non accorgersi, nega l’emergenza di Aleppo oppure quello, distorto dall’ignoranza, di uno skinhead che apostrofa Khaled con un “ebreuccio” che la dice lunga sul background sottoculturale di certi movimenti nazionalisti. Per fortuna Kaurismäki ha ancora la voglia di raccontare favole a lieto fine (voglia che gli è venuta da qualche film, da Miracolo a Le Havre in poi), riuscendo, come pochi, ad alternare la cronaca agghiacciante della testimonianza di Khaled alle esilaranti peripezie del ristorante La Pinta d’oro gestito con sorniona disillusione da Wilkström e i suoi dipendenti. Per fortuna ha ancora voglia di speranza. Nonostante l’Europa faccia di tutto per mostrare l’altro volto.

5 – La La Land di Damien Chazelle

Il cinema è la vita senza le parti noiose“. E la vita che vorremmo, che vorrebbero tutti è un musical. La La Land è il genere che si scontra con la realtà e che è destinato a rimanere confinato nell’ambito del what if (ed un ballo, al centro di un periodo cinematografico ipotetico, lo troviamo anche in Mommy, in Sing Street e in 13 Reasons Why). Nel mondo del musical, nella sequenza del prefinale La La Land avrebbe vinto l’Oscar mentre nella realtà gli è stato scippato. Ma, per un attimo, per una breve sequenza consegnata alla storia, la fantasia di Damien Chazelle ha sfondato lo schermo e sul palco del Dolby Theatre un “altro giorno di sole” ha avuto la meglio sul “chiaro di luna”.

6 – L’intrusa di Leonardo Di Costanzo

Leonardo Di Costanzo conosce il territorio in cui si svolge la vicenda narrata in L’intrusa. Lì, proprio lì, da qualche anno si tiene il progetto formativo Filmap – Cinema del reale di cui è direttore didattico e col quale ripercorre una strada già battuta nelle esperienze formative e lavorative a Parigi. Dopo anni impiegati nel documentario (A scuolaOdessa) e l’esordio felice nel 2012 con L’intervallo, si conferma tra le voci più interessanti del nostro cinema. Con L’intrusaDi Costanzo non abdica alla principale virtù della sua filmografia del reale: l’osservazione. Il regista non si schiera, guarda, sembra quasi non intervenire nel farsi dell’azione filmica, ha il controllo della messa in scena senza darlo a vedere. E la vita, quella di un quartiere complicato in cui la malavita ha la colpa di insinuarsi negli interstizi di una esistenza ordinaria (l’invasione del latitante nella masseria) e quella di chi, anche in un quartiere complicato, ad una vita ordinaria aspira e respinge quelli che con la malavita hanno legami. Come corpi estranei. Come intrusi. Giusto? Ingiusto? Di Costanzo espone una realtà, non una tesi. Non ha nulla da dimostrare. Mostra la tensione del vivere in certi luoghi (l’auto che si avvicina a Giovanna mentre torna sola a casa), la trasforma in suspence, ma una suspence che non ha sfogo catartico. La storia si chiude come si è aperta. Con una festa. Con un’assenza. Ma senza una soluzione al problema.

7 – Lady Macbeth di William Oldroyd

Da Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Nikolaj Leskov (già trasposto sul grande schermo, nel 1962, da Andrzej Wajda con Lady Macbeth siberiana), l’esordiente (al cinema perché trattasi di prestigioso regista teatrale) William Oldroyd ricava un debutto registico di rara intensità e rigore. Il neoregista ha presente la pittura fiamminga, ma anche il cinema di DreyerRohmerde Oliveira, e fa dell’inquadratura fissa la figura ricorrente, salvo nelle fughe della protagonista nella brughiera. Florence Pugh è una presenza imprescindibile, che calamita l’attenzione di noi spettatori come quella dei personaggi, finanche nell’epilogo crudissimo.

8 – Madre! di Darren Aronofsky

Il caos della creazione. O della Creazione. Ogni storia è la Storia. Perché ogni atto creativo è una Genesi. E ogni Creazione ha bisogno di Distruzione. Una vita per una vita. Ogni parto si porta via una parte della puerpera. Madre! è un home invasion dell’era social. La tua “home” è invasa da sconosciuti che si insinuano nella tua vita (perché glielo consenti), ti adorano, ti si offrono vis à vis (salvo darti della troia arrogante se rifiuti). Il culto della personalità a portata di tutti. La condivisione come moderna forma di eucarestia. E il narcisismo dell’artista fa terra bruciata intorno a sé. Madre! è un film epocale. Che vivrà ben oltre il posizionamento nella classifica degli incassi. Perché, a suo modo, contiene il passato, il presente ed il futuro della rappresentazione cinematografica. E poi ancora il passato.

9 – Scappa – Get Out di Jordan Peel

Get Out è il film che avrebbe potuto scrivere Ira Levin, magari intitolandolo The Stepford Niggaz. Get Out spiega, meglio di ogni polpettone politically correct (ogni riferimento a vincitori di premi Oscar è voluto), come il razzismo sia figlio di un sostanziale senso di inferiorità del razzista. Get Out mette in scena un minstrel show neurologico in cui black face e white brain sono letterali. Get Out è il film che solo la Blumhouse oggi avrebbe potuto produrre perché è la casa di produzione forse più indipendente d’America, la cui indipendenza è data dagli incassi. Get Out e The Purge, non a caso, sono, infatti, i thriller più politici realizzati in America negli ultimi anni.

10 – The Handmaiden di Park Chan-wook

Park Chan-wook, dopo il passo falso di Stoker, che, però, a questo punto assume la funzione di prova generale, torna in patria e dirige un sontuoso film tratto da Ladra di Sarah Waters, trasferendo l’azione dalla Londra vittoriana alla Corea degli anni ’30 del Novecento, dominata dal Giappone. La storia di una truffa ordita ai danni di una nobildonna esonda i confini del thriller per giungere nel territorio del mélo erotico, consegnando alla storia del cinema (più del convenzionale nuovo inizio da un altro punto di vista) almeno un paio di scene cult: quella della limatura del dente con un ditale e quella del primo amplesso tra SookeeHideko

 

 

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Rosario Gallone

Docente di regia a Pigrecoemme
Rosario è tra i fondatori della Pigrecoemme, dove si occupa soprattutto del corso di regia e dell'organizzazione dei corsi. E' autore della sceneggiatura di Isa 9000 (mediometraggio con Isa Danieli diretto da Angelo Serio), del montaggio di documentari e della regia di alcuni cortometraggi.

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