10 film da vedere prima (o dopo) il Family Day

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La famiglia è o dovrebbe essere il luogo in cui ci si sente protetti, sicuri, amati, indipendentemente da chi sia formata. L’idea di stabilire per legge cosa definire famiglia e cosa no è anacronistica e, fondamentalmente, fallita. Anche perché spesso accade che la famiglia tradizionale, come piace chiamarla ai più, sia, al contrario, il peggior posto in cui crescere. Il cinema ha spesso raccontato famiglie disfunzionali e non sempre con fine provocatorio, ma anzi con l’intento di smontare certe strutture societarie eterodotte e inneggiare ai legami d’amore che dovrebbero garantire la protezione e la sicurezza di cui sopra. Buona lettura.

1 – Festen di Thomas Vinterberg

Che ci fosse del marcio in Danimarca lo sapeva già Shakespeare e, che questo marcio covasse soprattutto all’interno del nucleo familiare, Amleto lo apprendeva dal fantasma del padre. Il Dogma #1 firmato Thomas Vinteberg in un sol colpo spazza via le mal riposte sicurezze del nucleo familiare ed il mito di una Scandinavia (che mai come in questo periodo si sta scoprendo poco) accogliente, nella quale, ad esempio, si irride il fidanzato nero di una componente della famiglia. Per ritrovare un Vinteberg così in forma bisognerà aspettare Il sospetto.

2 – I parenti terribili di Jean Cocteau

Nel suo saggio sul cinema impuro André Bazin loda l’autotrasposizione, dal teatro al cinema, fatta da Jean Cocteau di un suo dramma proprio in quanto l’autore sarebbe sfuggito alla trappola del segnare la differenza tra i due media semplicemente girando in esterni. Anzi, la sistematica negazione di inquadrature en plein airlì dove il mezzo cinematografico lo consentirebbe, sottolineerebbe, secondo lo studioso, il sottotesto del copione (che nella versione teatrale rischiava di passare inosservato) ovvero il carattere soffocante dell’interno familiare. I personaggi sono prigionieri di una gabbia che si chiama famiglia. E le conseguenze saranno terribili. Come i parenti.

I parenti terribili

I parenti terribili

3 – I ragazzi stanno bene di Lisa Chodolenko

Il maggior pregio del film della Chodolenko è quello di raccontare, nei modi della commedia convenzionale, un rapporto di coppia omosessuale in cui sopraggiunge la noia, l’abitudine e il tradimento. Insomma, l’assunto è che un ménage tra due donne (con relativa prole tutt’altro che traumatizzata e/o problematica) presenti le stesse difficoltà di una relazione tra individui di sesso diverso. Nient’altro che una commedia del rimatrimonio, per dirla con Stanley Cavell, in cui i coniugi sono due donne.

4 – Il diario di un cameriera di Luis Buñuel

Il romanzo omonimo di Octave Mirbeau aveva già ispirato una trasposizione, in trasferta americana (prodotta da Burgess MeredithPaulette Goddard), di Jean Renoir. Gli umori, del libro come del primo film, sono già di per sé sarcastici in riferimento alla solidità dei valori familiari, ma Buñuel, con l’ausilio, per la prima volta, di colui che diventerà suo sodale per molto tempo, Jean-Claude Carrière, ne ha per ogni istituzione: la Chiesa (l’avido curato, interpretato da Carrière  stesso), l’ordine militare, ma anche il sottoproletariato (Joseph è un destrorso antisemita). La famiglia resta, comunque, il luogo per eccellenza dell’ipocrisia borghese in cui perversioni, manie e cattiverie si celano dietro un velo di normalità sovradeterminata.

5 – Teorema di Pier Paolo Pasolini

Una ricca famiglia altoborghese viene raggiunta da un misterioso Ospite che, a detta dello stesso Pasolini è il messaggero del Dio, di Jehovah che toglie i mortali dalla loro falsa sicurezza,che distrugge la buona coscienza, acquisita a poco prezzo, al riparo della quale vivono o piuttosto vegetano i benpensanti, i borghesi, in una falsa idea di sé stessi […] Il rapporto fra autenticità e inautenticità è impossibile sul piano della comunicazione linguistica: infatti il giovane ospite non parla agli altri personaggi, non cerca di convincerli con le parole, bensì ha con tutti loro un rapporto d’amore“. Ciecamente, come è suo solito, una parte consistente della Chiesa bollò il film come osceno mentre trattasi di film profondamente religioso. Ancora Pasolini sosteneva “Io difendo il sacro perché è la parte dell’uomo che resiste meno alla profanazione del potere, che è la più minacciata dalle istituzioni delle Chiese […] Una storia religiosa: un Dio che arriva in una famiglia borghese: bello, giovane, affascinante, con gli occhi celesti. E ama tutti: dal padre alla serva. “Teorema, come indica il titolo, si fonda su un’ipotesi per absurdum. Il quesito è questo: se una famiglia borghese venisse visitata da un giovane dio, fosse Dioniso o Jehova, che cosa succederebbe? Parto dunque da una pura ipotesi“. Ad onor del vero, il film fu anche premiato da un’ala più progressista (ed intelligente) dell’Istituzione ecclesiastica  che gli conferì il premio dell’OCIC (Office catholique international du cinèma), mentre a sgombrare definitivamente il campo da artati equivoci intervenne la sentenza del Tribunale di Venezia del 23 novembre 1968, la quale assolse Pasolini ed il produttore dall’accusa di oscenità con una motivazione che andrebbe mandata giù a memoria: “Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un’opera d’arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità“. L’esordio alla regia di François OzonSitcom, è una sorta di omaggio, virato al grottesco, di questo capolavoro.

6 – Family Life di Ken Loach

Anche Loach, come il Buñuel di Il diario di una cameriera, usa la critica alla famiglia come grimaldello per sferrare il suo attacco ad un concetto più ampio di “istituzione” perfettamente coerente con la società che coltiva la “famiglia tradizionale”. La psichiatrìa che cura biologicamente una patologia diagnosticata attraverso l’analisi del comportamento (peccando di falso epistemologico) è, insieme con una famiglia/prigione che impone e non accompagna (la madre autoritaria che costringe all’aborto), la principale responsabile dell’annientamento della protagonista Janice come persona.

7 – Non aprite quella porta di Tobe Hooper

Il cannibalismo come metafora dell’antropofagìa psicologica del nucleo familiare che annienta, in nome del vincolo più o meno sacro, le personalità di ciascun componente, parte da qui, da questo titolo imprescindibile del new horror statunitense ’70. Verranno poi Le colline hanno gli occhi e, più di recente, Wrong Turn ed il francese Frontiers.

8 – Il clan dei Barker di Roger Corman

La crisi del capitalismo (siamo nel 1930), la crisi della famiglia patriarcale. Mamma e rampolli scacciano il pater familias e si mettono a rapinare banche. Ma’ Barker è in fondo l’America, i cui figli, folli, violenti e tossicodipendenti sono pronti a tutto per accumulare ricchezze. E lei progetta, dirige, accudisce.

9 – Polyester di John Waters

Sebbene in Pink Flamingos la famiglia non ne uscisse benissimo, però lì l’obiettivo della satira era il buon gusto, il perbenismo, mentre qui un John Waters decisamente meno underground e maggiormente nel sistema attacca proprio l’istituzione familiare che viene difesa ad oltranza, si pensi un po’, dalla regina del travestitismo: Divine. Nel 2007 Waters ha prodotto, e presentato, la serie antologica Finché morte non ci separi le cui trame hanno ad oggetto delitti maturati in ambito matrimoniale.

10 – L’ultima casa a sinistra di Wes Craven

Non ce n’è per nessuno, il messaggio è chiaro, la famiglia borghese (anche la famiglia Collingwood presentata nell’incipit come progressista e contraria ai film horror) cova in sé più violenza di quanta qualsiasi assassino possa mai farne nella sua vita. Ed è con la violenza che si preserva, e si vendica se del caso, la sacralità del nucleo familiare, della patria, della nazione, della razza.