10 film che svelano il GOMBLODDOH!

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Non vi nascondiamo che ci avevamo pensato, ma a dispetto del titolo della playlist (e dell’immagine di “Ti ammazzerò Torreeeeeee!“), abbiamo deciso di parlarne seriamente. Perché, piaccia o no, il complottismo o teoria del complotto o conspiracy theory, ha radici meno fantasiose dei rettiliani, delle scie chimiche, dei microchip sottopelle e della superbufala del web ovvero Zeitgeist. In American Tabloid James Ellroy scrive “L’America non è mai stata innocente” e, certo, a lui biograficamente non si può contestare nulla. Ma anche PynchonPhilip Dick contribuiscono a questa mitopoiesi complottista riguardante l’America. Che arriva, letterariamente parlando, fino a Don De Lillo (in cui il complotto lavora anche dentro l’uomo) e Philip Roth, autore, nel 2004, di Il complotto contro l’America. Sono gli avvenimenti tragici ed insoluti, in genere, a causare la psicosi del complotto. Non a caso, la prima volta che l’espressione “ipotesi di complotto” viene formulata è quel 1964 così prossimo all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy. E poi lo scandalo Watergate, il Vietnam ed infine l’11 settembre. Anche l’Italia ha avuto il suo periodo paranoico, corrispondente, infatti, alla stagione della tensione ed ai tanti fatti di sangue rimasti senza spiegazione, generando il sospetto di una regia occulta ed eminenze grigie preposte a confondere le acque. Chiaramente, in una playlist del genere potrebbero rientrare, a seconda delle convinzioni, diversi film, anche quelli che ipotizzano un futuro distopico a partire da considerazione critiche del presente (anche Interceptor II, ambientato in un futuro ormai privo dell’acqua, così come il recente The Rover, potrebbero farne parte), ma dieci titoli non sarebbero bastati ed abbiamo deciso di considerare quei film che sul complotto e l’esistenza dei poteri forti imbastiscono trame decisamente plausibili. Non troverete, pertanto Matrix. Ma nemmeno Nuovo Ordine Mondiale che pure ci ha ispirato l’argomento. Ed ora…un po’ di piomboooooooo!

1 – L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel

L’alieno fa paura, ma è l’altro ed è riconoscibile. Ma quando il pericolo è come noi, è uguale a noi, la cosa si fa più complicata. Ecco perché nessuna lista sul complottismo può prescindere dal cult movie di Don Siegel. Sebbene il regista e lo sceneggiatore negassero qualsiasi simbolismo politico, all’epoca fu interpretato sia come opera anticomunista (gli ultracorpi alluderebbero all’omologazione ed all’alienazione dei regimi comunisti) che antimaccartista (il sospetto del proprio vicino, la delazione), ma sta di fatto che i tre remake del film (più o meno riusciti) arrivarono dopo il Vietnam (Terrore dallo spazio profondo di Philip Kaufman), la prima Guerra del Golfo (Ultracorpi: l’invasione continua di Abel Ferrara) e l’11/9/2001 (Invasion di Oliver Hirschbiegel). “Siamo tutti in pericolo, dove correte?“.

2 – Va’ e uccidi di John Frankenheimer

Della trilogia della paranoia di Frankenheimer (oltre a questo ne fanno parte 7 giorni a maggio e Operazione diabolica), Va’ e uccidi è il più famoso per due motivi: è un’opera fantapolitica del 1962 che ci metterà poco a perdere il prefisso “fanta” (l’omicidio Kennedy avviene nel 1963) e poi è quella considerata, abbastanza unanimemente, emblematica della Teoria del complotto. Jonathan Demme ne realizza un remake nel 2004 senza aver bisogno di modificare alcunché se non i “burattinai”: nel 1962 il complotto è di matrice comunista, mentre nel 2004 è di origine economica (una multinazionale farmaceutica), ma ciò che resta identico (e che rende il film di Frankenheimer un piccolo gioiello di preveggenza) è il coinvolgimento della politica interna degli USA. La paranoia prima della paranoia.

3 – Perché un assassinio di Alan J. Pakula

Tra il 1971 ed il 1976, Pakula riuscì a reclutare gli attori simbolo della Hollywood liberal dell’epoca (Jane Fonda per Una squillo per l’ispettore Klute; Beatty per Perché un assassinio? e la coppia Redford/Hoffman per Tutti gli uomini del Presidente) per la sua trilogia della paranoia (come Frankenheimer). Film che risentivano del clima dell’epoca (omicidio Kennedy, scandalo Watergate di cui il terzo film si occupa letteralmente e non in modo metaforico), ma riuscendo, come spesso fa la fabbrica dell’immaginario contemporaneo (piaccia o meno), a trasferire la paura, la disillusione e la sfiducia verso la politica, il complottismo, in spettacolo. Dei tre, Perché un assassinio? fu il meno apprezzato, sebbene, probabilmente, proprio perché ascrivibile al genere fantapolitica a quel tempo, ma non dopo e tantomeno oggi, sia quello invecchiato meglio. La Parallax Corporation, al centro del film, è una di quelle società ombra che reggono le sorti del mondo, destabilizzando governi, simulando attentati, eliminando personaggi scomodi, ma deviando l’attenzione su obiettivi, colpevoli diversi. E lo fanno reclutando psicopatici con l’obiettivo di farne delle armi umane grazie ad una sorta di cura Ludovico.
Coerentemente con l’assunto del titolo originale, Pakula, anche stilisticamente, predilige campi lunghi e lunghissimi che, quindi, richiedono allo spettatore uno sforzo per mettere a fuoco la situazione, ammesso che tutto non si riveli alla fine un’illusione ottica, così come gli indizi seguiti dal giornalista interpretato da Beatty si manifestano quali false piste. Certe scelte di regia e di scenografia (momenti al limite dello straniamento, tra Brecht e l’ostranenie di Shlkovskj, quali i carrelli, iniziale e finale, su una kafkiana commissione – Warren? – l’identità dei cui membri resta a noi sconosciuta e che quindi si presenta a noi solo come astratta e sfuggente manifestazione del Potere) fanno di The Parallax View un lavoro da rivalutare. Il nichilismo, il pessimismo e la disillusione fanno parte del milieu culturale storico dell’epoca, ma non guastano neanche oggi che ce la passiamo quasi peggio!

4 – La conversazione di Francis Ford Coppola

Dopo il successo di Il padrino e coi soldi anticipatigli per Il padrino parte IIFrancis Ford Coppola riuscì a realizzare questo progetto molto personale (che si aggiudica la palma d’OroCannes) per il quale si ispirò a Il lupo della steppa di Herman Hesse. Il protagonista del romanzo Harry Haller diventò Harry Call e poi, a causa di un errore di trascrizione della segretaria cui Coppola dettava gli appunti, Harry Caul che venne mantenuto perché caul in inglese significa amnio. Harry, probabilmente in virtù del suo mestiere, si sente particolarmente vulnerabile (e si protegge con un impermeabile trasparente che un po’ sembra un involucro amniotico) e rappresenta, in fondo, l’America che, data la sua mania di controllo, alla fine teme di esserlo a sua volta. La paranoia, appunto. Che Coppola avesse colto nel segno individuando una condizione generale della Nazione e non solo di quel periodo storico (la sceneggiatura fu scritta prima o, forse, contemporaneamente all’esplosione dello scandalo Watergate) lo dimostra il fatto che il personaggio di Caul sia poi tornato, sotto le stesse spoglie (l’impermeabile), ma con identità cambiata, in un film sulle nuove paranoie (il controllo tramite satelliti e telecomunicazioni, la Echelon Conspiracy) ovvero il Nemico pubblico di Tony Scott.

5 – I tre giorni del condor di Sidney Pollack

Higgins: Il problema è economico. Oggi è il petrolio, tra dieci o quindici anni il cibo, plutonio, e forse anche prima. Che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi allora?
Joe: Chiediglielo.
Higgins: Non adesso, allora! Devi chiederglielo quando la roba manca, quando d’inverno si gela e il petrolio è finito, chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame. E vuoi sapere di più? La gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo.

Basterebbe il dialogo finale riportato per dare conto di quanto sia importante questo film nel disegnare uno scenario inquietante, ma plausibile, in cui i poteri forti, per governare il mondo economicamente, ne tirano le fila geopolitiche. Ma Sidney Pollack riesce anche a realizzare un thriller dal ritmo e dalla suspense pressoché perfetti e con almeno un personaggio che si scolpisce nella memoria dello spettatore: il killer dandy Joubert interpretato flemmaticamente da Max Von Sydow.

6 – La polizia accusa: il Servizio Segreto uccide di Sergio Martino

Alla luce di quanto poi saltato fuori, anni dopo, su “Gladio”, il secondo poliziottesco di Sergio Martino si rivela spettacolo tremendamente lungimirante o, più semplicemente, frutto della scrittura di sceneggiatori particolarmente attenti alle sensazioni, alle suggestioni di un’epoca. Memorabile il personaggio disegnato, come al solito maniacalmente, da Tomas Milian e la retata finale nel campo di addestramento.

7 – Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi

Il debito del cinema italiano ,verso l’opera di Leonardo Sciascia, è enorme. Da Il giorno della civetta a Una storia semplice, i nostri migliori registi si sono misurati con l’autore siciliano, attratti dalla sua sapiente abilità nel fondere narrativa di genere (l’intreccio, in Sciascia, è, sempre, quello tipico del giallo) ed impegno civile. L’incontro con Rosi (Salvatore Giuliano – piccola digressione: sulla strage di Portella della ginestra, uno dei primi misteri su cui esercitare teorie cospirazioniste, non hanno saputo fare meglio del lucidissimo ed innovativo pamphlet del regista napoletano, né il Michael Cimino di Il siciliano né il Paolo Benvenuti, altrove autore rigorosissimo, di Segreti di Stato, discutibile film a tesi dove la teoria del complotto americano/democratico cristiano viene raccontata attraverso un imbarazzante gioco di carte, tra la raccolta di figurine e i tarocchi -, Lucky Luciano, Il caso Mattei – quasi una mise en abîme del complotto, data la scomparsa misteriosa, durante le riprese, di un giornalista interpellato come consulente da Rosi -, Le mani sulla città), occasionato dalla trasposizione di Il contesto, non poteva che dare, come risultato, un film importante (e scusatemi il luogo comune). L’intreccio tra malavita, gruppi eversivi ed Istituzione, non emerge apertamente, ma si insinua tra le pieghe del racconto (in modo molto più inquietante). Un’opera figlia del suo tempo (sono gli anni ’70, quelli della strategia della tensione), con un epilogo pessimista che lascia senza speranze. Un’opera, però, che regge, anche dal punto di vista spettacolare, grazie alla maestria del regista (e gli si perdonino certi vezzi petriani). Basti pensare all’incipit (un faccia a faccia tra Charles Vanel, dal volto tassidermico, e le mummie) che mette, da solo, i brividi.

8 – Arlington Road di Mark Pellington

Riesce lì dove fallisce il tautologico Ipotesi di complotto di Richard Donner: sembrare un classico del cinema della paranoia anni ’70. Ed infatti l’incipit (mancata messa a fuoco, visioni parziali, orrore distillato, come le gocce di sangue che si infrangono sulla strada, fino all’epifania finale della mutilazione del bambino) restituisce integra l’angoscia tipica dei film di quel periodo. La contaminazione tra quello che fu un vero e proprio genere e il neighborhood abuse movie (film in cui ci si trova a subire abusi da parte dei vicini di casa, altra situazione classica che allude al pericolo che è più vicino di quanto si pensi), genera uno dei thriller più disturbanti degli ultimi anni ’90 (degno di un terzo posto in una classifica ideale che vede Se7en – e Fincher è forse il miglior interprete della neoparanoia, addirittura prefigurando, nell’epilogo di Fight Club, l’11/9 – e I soliti sospetti ai primi due). Tim Robbins e Joan Cusack sono perfetti nel ruolo degli archetipici coniugi wasp.

9 – The Village di M. Night Shyamalan

È il film simbolo della paranoia post 11/9. Il marchio di fabbrica di Shyamalan, fino ad allora, era sempre stato il capovolgimento nell’epilogo. Il fatto che dopo un po’ il colpo di scena, lo spettatore se lo aspettasse, gli toglieva indubbiamente parte del suo fascino. L’indo-americano, però, con The Village andò oltre e la sorpresa finale sembrava esplicitare pleonasticamente ciò che per tre quarti di film era splendida metafora dell’America dopo le Torri Gemelle: chiusa in sé stessa, paranoica e oppressiva nei confronti dei suoi figli/abitanti. Ma quell’epilogo diceva di più: che la fobia era fabbricata, era generata artatamente, attraverso espedienti che, in fondo, sono quelli del cinema.

10 – Reality di Matteo Garrone

Probabilmente l’inserimento di questo titolo in una lista sulla paranoia non vi convincerà, ma da subito, dalla prima volta che abbiamo visto l’ultimo lavoro del regista di Gomorra ci sembrò chiaro che Garrone non avesse lavorato sulla napoletanità (nonostante le solite, immancabili proteste all’insegna del più cieco orgoglio partenopeo), ma su qualcosa di più astratto, di più metafisico. Ossessione e paranoia conseguente. Anche stilisticamente il regista si rifa al cinema della paranoia (Luciano al mercato è convinto che ci siano emissari della produzione del Grande Fratello a controllare che lui sia adatto alla trasmissione e le sue soggettive richiamano quei campi medi, a focale ampia, tipici di Pakula). E, come in Rumore bianco di De LIllo, la cospirazione cresce dentro il protagonista fino a farlo deflagrare con conseguenze tragiche per l’unità familiare e la comunità di appartenenza.

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Rosario Gallone

Docente di regia a Pigrecoemme
Rosario è tra i fondatori della Pigrecoemme, dove si occupa soprattutto del corso di regia e dell'organizzazione dei corsi. E' autore della sceneggiatura di Isa 9000 (mediometraggio con Isa Danieli diretto da Angelo Serio), del montaggio di documentari e della regia di alcuni cortometraggi.

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